In occasione della mostra Il Numinoso a cura di Giorgio Verzotti, BUILDING presenta La caduta (2022), performance di Ferruccio Ascari presso la Basilica di San Celso.
Nel corso della dance-performance, concepita appositamente per lo spazio della Basilica di San Celso, assistiamo a una trasmutazione dal piano del sacro, del numinoso, a quello dell’umano: il danzatore si spoglia della sua identità divina per assumere quella di un uomo che reca su di sé un carico di fatica e di dolore, la sua croce quotidiana.
Una sofferta trasmutazione che si attua nella penombra della Basilica di San Celso attraverso l’uso della luce, elemento che caratterizza tutte le opere performative dell’artista. Una luce che non è proiettata sulla scena, ma che, con un rovesciamento di prospettiva, è il danzatore a portare sul suo stesso corpo. Similmente, l’uso del suono subisce anch’esso un ribaltamento: lo spettatore, varcata la soglia della Basilica, è immesso in un lancinante spazio sonoro (una partitura dello stesso artista), l’improvvisa cessazione del suono segna l’inizio dell’azione scenica che si svolge in un silenzio assoluto; la ripresa del suono coincide con la fine della performance.
In occasione della mostra Il Numinoso a cura Giorgio Verzotti – un progetto espositivo che indagava il senso del sacro nell’arte contemporanea attraverso una selezione di opere realizzate dagli anni Sessanta a oggi creando un dialogo tra più di venti artisti italiani – Ferruccio Ascari ha realizzato Babel, una grande scultura che
è anche un’installazione site-specific. Utilizzando la presenza di un lucernario al piano terra della galleria Babel ‘attraversa’ lo spazio longitudinalmente e lo supera. L’opera, alta complessivamente circa otto metri era suddivisa in due parti: la prima andava da terra sino al cristallo, la seconda poggiando su di esso, si sviluppava all’esterno e svetta verso il cielo. A proposito di Babel…
Conversazione tra Ferruccio Ascari e Daniela Cristadoro
C: La domanda che mi arrischio a farti è di quelle già difficili da porre e a cui è forse ancor più difficile rispondere: che relazione c’è, se pensi vi sia una relazione, tra la tua arte e il ‘sacro’?
A: Non lo so. Il mio lavoro ha soprattutto a che fare con ciò che non so. Mi metto ogni giorno al lavoro per entrare, in qualche modo, in relazione con ciò che non conosco. Attraverso l’arte tento un contatto con ciò di cui avverto la presenza e che pure mi è ignoto. Se questo ‘ignoto’ fosse possibile chiamarlo ‘sacro’, allora il mio lavoro potrebbe averci a che fare, non so…
C: Definire cosa sia il sacro , ammesso che ne fossimo capaci, ci condurrebbe troppo lontano, io mi riferivo con questa domanda ad un orizzonte dentro il quale alcune tue opere potrebbero essere collocate.
A: A quali opere in particolare stavi pensando?
C: In realtà sono più di una. La prima che mi viene in mente è Mantra 1) non solo per il titolo che rinvia ad un orizzonte spirituale, ma soprattutto per le sue caratteristiche formali. L’opera si snoda in ventisette tele disposte in modo non lineare con un andamento che ricorda una partitura musicale, contiene il frammento di un mantra appartenente alla tradizione vedica 2). Ma c’è dell’altro. La gamma cromatica si riduce qui a due soli colori, il verde scurissimo, quasi nero, del fondo e l’oro delle parole che compongono il testo. Un testo a prima vista indecifrabile. Quando ho visto quest’opera mi sono affiorati alla mente dei rimandi, ho stabilito delle connessioni…
A: … sono curioso di sapere a cosa hai pensato..
C: le scelte formali che hai operato in quest’opera mi sono parse una dichiarazione d’intenti: la drastica riduzione degli elementi figurali, il fondo aureo, ne fanno un oggetto di meditazione in chiave tutta contemporanea, con un implicito richiamo – passando per Malevich e il suo Quadrato nero – all’icona, al suo significato teologico oltre che artistico, al suo essere una ’presenza’ e non una semplice rappresentazione.
A: Non so se quello che vado facendo è all’altezza di queste tue connessioni, ma senza dubbio sono profundamente convinto che un’opera d’arte debba tendere ad essere ‘ una presenza’, e non una semplice ‘rappresentazione’. E’ un’obbiettivo arduo da raggiungere, ma il solo che a mio avviso meriti di essere perseguito.
C: Hai dichiarato che alcune tue opere si pongono ‘come una soglia da superare, enigmi da sciogliere perché si schiuda il loro contenuto di verità’. Ti riferivi credo a Criptografie, un ciclo di opere in cui l’affresco riportato su tela – tecnica che da sempre contraddistingue tutti i tuoi lavori di pittura – si coniuga con il collage di ritagli di fogli in Braille tratti da un manuale di Storia Naturale per ciechi..
A: Si, a Criptografie, ma non solo, anche a Nomen Nescio, un altro ciclo di mie lavori in cui la scrittura ha un ruolo importante. Si tratta di testi la cui decifrazione presuppone un cammino di ricerca, che fanno riferimento a tradizioni spirituali diverse, prendono avvio da una ricerca di un fondamento comune capace di preservarci dall’odio e dall’intolleranza.
C: In Nomen Nescio, compaiono delle immagini che non puoi dire da dove vengano, colte come sul punto di apparire oppure di svanire non sai dove…
A: … sì, quegli affreschi sono ‘campi’ che ogni tanto attirano presenze fugaci, apparizioni di cui a volte resta un’ombra, comunque senza nome, frammenti d’ignoto potremmo dire..
C: Nelle tue installazioni, invece questo tema, sebbene presente, sembra cambiare registro…
A: … dalle due alle tre dimensioni il passaggio è verso il concreto. Dunque la sfida più ardua. Una scultura, per quanto lieve, non può che occupare un determinata frazione di mondo; qui l’ignoto può essere evocato, agognato, in ogni caso vi è una fisicità da attraversare, una presenza concreta che, a mio modo di vedere, non può porsi che in due modi: o come tramite o come ostacolo.
C: In occasione di questa mostra hai realizzato Babel, una grande scultura che è anche un’installazione site specific. Al piano terra della galleria una porzione del soffitto è di cristallo; utilizzando la presenza di questo lucernario Babel ‘attraversa’ lo spazio longitudinalmente. Da terra raggiunge il cristallo, lo ‘attraversa’ e lo supera. L’opera, alta complessivamente circa otto metri è suddivisa in due parti: la prima va da terra sino al cristallo, la seconda poggiando su di esso, si sviluppava all’esterno e svetta verso il cielo.
A: Sono sempre stato molto attratto dalle caratteristiche dello spazio in cui un’opera viene collocata, faccio fatica a considerarlo un elemento estraneo. Penso che un’opera non sia un semplice oggetto che viene esposto in un luogo senza intrattenere con esso una quantità di relazioni. Coi luoghi in cui ho esposto i miei lavori ho sempre stabilito un dialogo molto stretto, a volte mi hanno addirittura ispirato. Nel caso di alcune installazioni sonore come Vibractions l’idea di fondo era addirittura quella di ‘misurare’ lo spazio architettonico attraverso il suono, o meglio di trovare un suo equivalente sul piano sonoro. Più in generale considero lo spazio in cui una mia opera viene collocata come un elemento che in qualche misura viene a far parte dell’opera stessa. In questa specifica occasione le caratteristiche dello spazio della galleria hanno costituito uno stimolo.
C: Il titolo dell’opera esposta nell’ambito di questa mostra /della mostra Il Numinoso / si riferisce in modo diretto al racconto biblico. Un racconto di cui esistono interpretazioni molto distanti, addirittura divergenti. Qual è la lettura che ne hai dato attraverso questo tuo lavoro?
A: Non sono un esegeta biblico, la mia non è una ‘lettura’, non vuole essere un’interpretazione. Quel racconto mi ha sempre ossessionato. Il tema di questa mostra mi ha dato l’occasione di realizzare ciò che mi girava per il capo da tempo. Al di là delle diverse interpretazioni quello che mi ha sempre colpito è la potenza di quel racconto, il suo essere una metafora di ciò che contraddistingue l’essere umano, il suo percorso evolutivo. Un cammino che non sembra conoscere limiti se non quello della sopravvivenza della stessa specie. Un emblema: i grattacieli sempre più alti nelle metropoli del pianeta. Quanto tempo c’è voluto per arrivare a progettarli e realizzarli? In un istante possono essere distrutti da ordigni che sono il prodotto di un medesimo sviluppo di conoscenze… Al fondo di tutto sembra esserci un desiderio conoscitivo insaziabile che si scontra con l’impossibilità ad essere appagato: più le conoscenze aumentano più si amplia l’inconoscibile. Penso che all’origine dell’opera d’arte ci sia questa consapevolezza e tutta la gamma di pensieri, di considerazioni sulla condizione humana che ne derivano. L’arte, la letteratura non appartengono al regno dell’utile, non prevedono applicazioni, sono una sorta di ‘farmaco’ o comunque una risposta a questa che è la nostra condizione.
C: Nel racconto biblico la torre era fatta di mattoni, la tua’ torre’ presenta un variante significativa, è una costruzione fatta di corpi…
A: … i mattoni della torre biblica rappresentano lo strumento di cui si avvale la tentazione/intenzione umana di raggiungere il cielo, di conoscere l’inconoscibile, di vedere l’invisibile; qui, in Babel i ’mattoni’ sono gli uomini stessi: la materia dell’intenzione, l’argilla, viene sostituita dallo stesso soggetto che ha concepito l’intenzione. Protesi verso l’alto, in precario equilibrio, da un momento all’altro sono esposti alla caduta…
C: … a proposito di ‘caduta’ mi viene in mente un’altra tua opera del 2013. Mi riferisco ad Impermanenza l’installazione che hai realizzato nel 2013 per la mostra al Museo Tornielli di Ameno e insieme al video che prende spunto da questo lavoro. Impermanenza oltre a essere il titolo di un tuo lavoro é anche una categoria, un concetto chiave della filosofia buddhista alla base della quale c’è la constatazione che ciò che costituisce ogni cosa esistente altro non è che è un insieme di elementi in relazione tra loro, transitori e soggetti ad un continuo cambiamento: tutto ciò che ha inizio, ha fine.
A: Non è necessario spingersi sino in estremo oriente per scoprire come l’impermanenza sia la vera natura di tutte le cose. Già si attribuisce al filosofo greco Eraclito, per restare nel nostro bacino culturale, l’avvertimento: ‘tutto scorre’, “non potresti entrare due volte nello stesso fiume” e d’altronde la riflessione sull’evanescenza delle cose e sulla morte è alla base di molto pensiero e mistica occidentali. So poco di buddismo, m’interesso invece da tempo del Sāṃkhya, la filosofia che sta a fondamento dello yoga, in ogni caso non credo che nel lavoro artistico debba necessariamente esservi un concetto che precede e una realizzazione che segue, mi piace di più pensare che arte sia un ‘pensar facendo’, un ‘fare pensando’.
C: L’installazione realizzata per il Museo Tornielli era costituita da tre architetture/torri realizzate con porzioni di rami, scortecciati e imbiancati. Si aveva la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa che, quasi per un miracolo della statica, o meglio in stupefacente contraddizione con essa, solo per un istante potesse stare in piedi: i pezzi di legno a terra dicono di un crollo precedente e di un inevitabile prossimo crollo. Cosa hai voluto dire con questo lavoro?
A: Più che di una mia volontà di dire credo si tratti di una mia predisposizione all’ascolto, all’indagine, al tentativo di portare alla luce ciò che si nasconde. Ogni forma, ogni materia custodisce un suo segreto. Interrogare una forma, tormentare un materiale, esasperare una tensione, portare una struttura al limite della sopportazione: questo faccio lavorando. Nel caso di Impermanenza così come di Babel è l’equilibrio che è portato al limite. Se c’è volontà di dire qualcosa, questo qualcosa è proprio in quel ‘essere al limite’. Al limite del crollo. Credo che l’intenzione di non sia diversa da quella che spinge un funambolo a camminare su una corda tesa sul vuoto o – meno pericolosamente, ma non con diverso spirito – un bambino a fare un castello con le carte da gioco. La gratuità del gioco è cosa essenziale, significa la non sottomissione all’utile. Il gioco, come l’arte, è cosa seria proprio perché si sottrae all’utile. Il gioco non è utile, è indispensabile: sono due cose diverse. Qui la caduta, il crollo, la rovina sono indispensabili, altrimenti il gioco non potrebbe essere giocato. La caduta è insita, nonostante possa essere nascosta dalle apparenze, nell’equilibrio stesso, è il vero ‘rimosso’ del solido edificio che tutto vuol dimostrare, ma non la sua rovina. Esattamente il contrario di ciò che mostrano le torri di Impermanenza e Babel.
Note
1) Mantra. Affresco riportato su tela, oro e ferro. 27 tele cm. 30×40 cad. 2018. Cappella dell’Incoronazione, Palermo. Biennale Internazionale di Arte Contemporanea Sacra delle Religioni e Credenze dell’Umanità (Padiglione Filosofico)
2) Complesso di testi sacri da cui prende nome la più antica religione delle popolazioni arie dell’India, il Vedismo, da cui successivamente si svilupperà l’induismo.
Babel, ferro, cm. 250 X 260 x 800 circa, veduta interna dell’installazione, Building Gallery, Milano 2022
Babel, ferro, cm. 250 X 260 x 800 circa. Veduta esterna dell’installazione, 2022
‘Trikona’ insanscrito vuol dire tre angoli. In quest’opera la disposizione della tele che formano un grande triangolo con la punta rivolta verso l’alto ha un ruolo centrale: non solo dal punto di vista puramente visivo che invita ad un movimento dello sguardo che scorre dal basso verso l’alto, ma anche da un punto di vista di natura concettuale, ossia i molti significati sul piano simbolico di questa figura geometrica. La scrittura, come in Invocazioni, Mantra e molte altre opere dell’artista è un’altro aspetto importante: sono stralci di un mantra dedicato a Durga, figuradivina femminile simbolo nell’Induismo della potenza cosmica primordiale. I segni di scrittura, scorrono verso l’alto interagendo con apparizioni, forme, presenze, di impossibile identificazione.
Fin dall’antichità più remota, in tutte le culture al triangolo e al numero tre vengono associati importanti significati simbolici. Il triangolo con la punta rivolta verso l’alto, con varianti relative all’area di appartenenza culturale, tende a rappresentare il Fuoco, l’anelito verso il Divino. La scelta del sanscrito per il titolo di quest’opera è un’indizio: un accenno sotto traccia, alla disciplina dello yoga di cui l’artista è seguace e che è l’orizzonte di pensiero che accomuna diverse sue opere comeAsana Braille, Asana Nerofumo, Asana Cenere, Asana Xilografie, Asana Guazzi Suryanamaskara.
Trikona, 15 affreschi riportati su tela, ferro, cm. 30×40 cad. 2021
“Secondo Natura” è iI tema sotteso a un nuovo ciclo di opere di Ferruccio Ascarie anche il titolo che l’artista ha voluto per questa sua mostra curata da Twenty14 Contemporary. Con la situazione determinatasi a seguito della pandemia da Covid-19 queste opere intrattengono un legame profondo: concepite in un tempo sospeso, che l’artista stesso ha definito “quaresimale”, appaiono accomunate da un’ambivalenza tutt’altro che rassicurante, pongono delle domande cui siamo sollecitati a rispondere.
E’ una natura ignara di equilibri, quella che emerge in questi suoi lavori recenti che intrattengono tuttavia un legame profondo sul piano formale e tematico con opere appartenenti alla sua precedente produzione artistica. Una natura che sperimenta senza tregua nuove forme di vita, il cui unico scopo sembra essere quello di riprodursi, germinare, anche in noi ed attraverso di noi. Sono forme organiche quelle che qui compaiono, che non rimandano tuttavia ad alcunché di esistente: sono piuttosto la manifestazione di un’energia che è perenne dialettica tra permanenza e mutamento.
Invocazioni è il titolo che accomuna una serie di affreschi riportati su tela (Invocazioni: Durga, Invocazioni: Kyrie, Invocazioni: Mantra) che in alcuni casi, come accade in altre opere dell’artista, vengono accostati a lastre di ferro. In tutte le opere che appartengono a questo ciclo la scrittura ha un ruolo centrale. Si tratta di testi particolari: preghiere, mantra, litanie, appartenenti a tradizioni spirituali diverse. Durgā, nell’Induismo, è la grandefigura divina femminile simbolo della potenza cosmica primordiale: il mantra d’invocazione a lei rivolto viene ripetuto per ricevere protezione, accrescere la propria forza interiore e favorire la rimozione delle difficoltà della vita. Le parole graffite sulla tela nella lingua cui appartengono o traslitterate, sono segni in movimento che si propagano nello spazio, che è anche tempo, come le parole recitate dal praticante.
Segni che la tela fatica a contenere per l’impulso all’espansione che li caratterizza:in alcuni casi occupano lo spazio nella sua totalità interagendo con apparizioni, forme, presenze, di impossibile identificazione. A volte la tela è abbinata, come avviene in altre opere dell’artista, a lastre di ferro, Affreschi riportati su tela e ferro. Una presenza questa che ha un significato non solo sul piano puramente formale, ma anche concettuale: la lastra di ferro, come accade anche nel dittico I Dioscuri, è una cesura, un tentativo di contenere ciò che è incontenibile: la preghiera come volontà di schiudere un ‘altrove’ che si oppone al ‘limite’ che caratterizza la condizione umana.
Invocazioni: Mantra, affreschi riportati su tela, cm. 30×40 cad. 2021
Invocazioni: Mantra, affreschi riportati su tela, cm. 30×40 cad. 2021Invocazioni: Mantra, affreschi riportati su tela, cm. 30×40 cad. 2021Invocazioni: Mantra, affreschi riportati su tela, cm. 30×40 cad. 2021
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Invocazioni: Mantra, affreschi riportati su tela, cm. 30×40 cad. 2021
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Invocazioni: Mantra, affreschi riportati su tela, cm. 30×40 cad. 2021
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Invocazioni: Mantra, affreschi riportati su tela, cm. 30×40 cad. 2021
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Invocazioni: Mantra, affreschi riportati su tela, cm. 30×40 cad. 2021
A partire dal 2020 Ferruccio Ascari da inizio a un ciclo di opere accomunate da un unico titolo: In Volo e caratterizzate da un forte legame sia sul piano formale che concettuale. Ancora una volta la tecnica è quella dell’affresco riportato su tela che caratterizza le sue opere di pittura. La composizione di ogni opera appartenente a questo ciclo prevede diversi formati: dalla tela singola sino a giungere a opere composte da 16 tele. Una diversa articolazione che ha che fare con il movimento dello sguardo e con il tempo: in alcuni casi ci si concentra su un istante, un dettaglio, in altri si tende a cogliere un processo di trasformazione in atto.
Compaiono in quest’opera forme che possono ricordare la ‘foglia’ nelle sue diverse mutazioni: non è un caso. Si può qui cogliere un riferimento a Goethe che nel suo saggioLa metamorfosi delle Piante vede nella foglia l’elemento che esprime la forza metamorfica della natura: essa contiene potenzialmente tutte le forme, anche se non tutte le forme verranno espresse, la foglia è la condizione di possibilità del loro apparire. Una questione che nell’arte si ripropone con il divenire della forma. Ancora una volta in questo ciclo di opere, centrale è la questione del tempo: un accenno all’unità dell’istante con il fluire del tempo, del visibile con l’invisibile. L’opera si da pertanto come un frammento di un tutto che non è conoscibile, che supera i limiti spazio-temporali come accade in Nomen Nescio,Frangenti ealtri cicli di opere dell’artista.
In Volo, affreschi riportati su tela, 16 tele, cm. 30×40 cad. 2021
In Volo, affreschi riportati su tela, 16 tele, cm. 30×40 cad. 2021
In Volo, affresco riportato su tela, 4 tele, cm. 30×40 cad. 2021
In Volo, affresco riportato su tela, 4 tele, cm. 30×40 cad. 2021
In Volo, affresco riportato su tela, 4 tele, cm. 30×40 cad. 2021
In Volo Trittico, affresco riportato su tela, 3 tele, cm. 30×40 cad. 2021
In occasione del Cinquantenario della strage di piazza Fontana a Milano Ferruccio Ascari ha ideato un progetto articolato in due diversi formati: un’ installazione urbana, Non Dimenticarmi, dedicata a tutte le vittime della Strategia della Tensione, concepita per essere collocata nel cuore della città in prossimità di Piazza Fontana, e chi è Stato?, una performance sulla serie di stragi che hanno caratterizzato quel periodo della storia italiana.
chi è Stato? fa parte di un’unico progetto articolato in due formati, che comprende l’installazione urbana Non Dimenticarmi. Ha un titolo significativo: la ’S’ maiuscola della parola ’Stato’ solleva la questione della corresponsabilità dei servizi segreti e di altri apparati dello Stato in quella tragica stagione della storia italiana. Andata in scena una prima volta a Milano il 9 dicembre 2019, al PACTA Salone, è stata ripetuta nella Sala del Consiglio Comunale di Palazzo Marino il 15 dicembre nell’ambito della rassegna organizzata dal Comune per ricordare il tragico evento di cinquant’anni prima.Il tableau vivant è stato rappresentato il 12 dicembre del 2021 nella Sala Fontana del Museo del 900 a Milano.
Nell’arco di 30 minuti la performance ripercorre le vicende che hanno contrassegnato il periodo della ‘strategia della tensione’. Un viaggio nella memoria e nel tempo che vede in scena 17 performers/danzatori, tanti quante le vittime di Piazza Fontana più una diciottesima, l’anarchico Pino Pinelli. Attraverso la proiezione d’immagini dell’epoca si rievoca il momento dell’esplosione delle bombe. Sui corpi dei danzatori, stesi a terra in diverse posture, rivestiti di impermeabili bianchi, quasi sudari, viene proiettato un video: 10 quadri in sequenza passano in rassegna le stragi, da quella di piazza Fontana a quella della Stazione di Bologna del 1980.
I corpi riversi, bloccati nello spasmo del loro ultimo istante di vita, divengono schermi sui quali quei drammatici eventi vengono rievocati. Le vittime ‘ritornano in vita’ per raccontare con i loro corpi in movimento quei drammatici eventi. Un elemento, questo del corpo/schermo, che è una cifra caratteristica delle opere performative di Ferruccio Ascari della fine degli anni ’70 e che ritorna qui in un’opera caratterizzata da un forte impegno politico. chi è Stato?è un viaggio nella memoria e nel tempo’ che ridà voce e presenza a coloro che non possono più parlare. E’ ciò che accade nella lunga sequenza finale dove i volti delle vittime ignare del destino che le attende, sfilano davanti ai nostri occhi come ectoplasmi.
Ferruccio Ascari torna qui ad utilizzare la tecnica dell’affresco riportato su tela, caratteristica dei suoi lavori di pittura. Con un elemento di novità: il segno di scrittura, in precedenza episodico all’interno della tessitura delle sue opere, diviene protagonista assoluto di questo lavoro che è anche un testo. La gamma cromatica si riduce a due soli colori, il verde scurissimo, quasi nero, del fondo e l’oro delle parole che compongono il testo che si snoda in ventisette tele disposte in modo non lineare con un andamento che ricorda una partitura musicale. Un testo a prima vista indecifrabile che, come recita il titolo, è il frammento di un mantra appartenente alla tradizione vedica. Un testo che si pone come una soglia da superare, un enigma da sciogliere perché si schiuda il suo contenuto di verità.
Mantra s’inscrive in un ciclo di opere, cui l’artista lavora dal 2017. Tutte si situano all’interno di un medesimo orizzonte: una tensione spirituale, un’interrogazione sul senso del nostro stare al mondo in una fase storica di radicali trasformazioni. Il senso di queste opere, che fanno riferimento a tradizioni spirituali diverse, sta nella ricerca di un fondamento comune capace di preservarci dall’odio e dall’intolleranza. Il messaggio contenuto in Mantra va in questa direzione, ma non solo. Le scelte formali operate dall’artista sono di per sé una dichiarazione d’intenti: la drastica riduzione degli elementi figurali, il fondo aureo, fanno di quest’opera un oggetto di meditazione in chiave tutta contemporanea, con un implicito rimando – passando per Malevich e il suo Quadrato nero – all’icona, al suo significato teologico oltre che artistico, al suo essere una ’presenza’ e non una semplice rappresentazione.
[BIAS 2018 – Biennale Internazionale di Arte Contemporanea Sacra delle Religioni e Credenze dell’Umanità (Padiglione Filosofico) | MUSEO RISO Cappella dell’Incoronazione, Palermo]
Mantra. Affresco riportato su tela, oro e ferro, 27 tele, 30×40 cm cad., 2018
Criptografie è il titolo di un ciclo di opere, contrassegnate da una forte unitarietà sul piano formale e concettuale. cui Ferruccio Ascari da avvio a partire dal 2018. L’artista utilizza la tecnica dell’affresco riportato su tela, che caratterizza fin dagli esordi i suoi lavori di pittura, e che qui si coniuga con il collage di ritagli di fogli in Braille tratti da un manuale di Storia Naturale per ciechi. Il segno di scrittura, in precedenza episodico all’interno della tessitura delle sue opere (Mantra, Amen, Elelisphatos, Libro Muto, Pittura per Ciechi), diviene protagonista assoluto di questi ultimi lavori che sono anche dei testi la cui decifrazione presuppone un cammino di ricerca; testi che si pongono come una soglia da superare, enigmi da sciogliere perché si schiuda il loro contenuto. Ciascuna opera è fatta di tele più piccole, ‘frammenti’ che vengono accostati su grandi teleri che le contengono, a invitare lo sguardo ad un percorso di continua indagine.
All’interno di alcune opere la gamma cromatica si riduce a due colori: il colore del fondo si coniuga con quello dei ritagli di fogli in Braille. Di opera in opera, all’interno dell’intero ciclo, si assiste però ad un dipanarsi del colore con un gioco di variazioni che ha l’andamento di una partitura musicale. Ogni opera, del resto, è fatta di tele più piccole: ‘frammenti’ che vengono accostati su grandi teleri che le contengono, a invitare lo sguardo ad un percorso di continua indagine. Come l’artista ebbe a dichiarare a proposito di Mantra “il senso di queste opere, che fanno riferimento a tradizioni spirituali diverse, sta anche nella ricerca di un fondamento comune che ci preservi dall’odio e dall’intolleranza”.
Criptografie, Affreschi riportati su tela, dimensioni varie, 2018 – 2020.
Per Metameria – come accade in altri video appartenenti a restlessmatter.net, progetto concepito da Ferruccio Ascari per il web – prende avvio da un’omonima scultura in ferro del 2006 composta da 23 elementi.
Come altre sue opere di questo periodo, essa appartiene ad un ciclo di lavori che ruotano attorno alla questione della simmetria e della sua rottura, alla dialettica tra l’ordine come principio di stabilità e il disordine come fattore generativo.
Nella versione del 2006 gli elementi costitutivi erano disposti su di un piano, lungo un asse longitudinale, in ordine decrescente e simmetrico rispetto ad un elemento centrale, secondo un ritmo di crescendo e diminuendo, come affermava l’artista con una espressione mutuata dal linguaggio musicale. Nel video quest’ordine viene disarticolato. I singoli elementi si dispongono nello spazio senza una regola precostituita, oscillanti in una sorta di ‘moto perpetuo’ che è in realtà esito del montaggio delle sequenze (come viene svelato nel video correlato Per Metameria Backstage). Le sonorità che derivano dall’attrito di ciascun elemento col piano del pavimento sono all’origine della traccia sonora che accompagna il video. La qualità del suono scaturisce dal materiale di cui essi sono costituiti – il ferro – e dalla diversa risonanza di ciascun elemento in relazione alla sua forma e alle sue dimensioni.