Lingua: Italiano

  • 1994 Asana Xilografie

    1994 Asana Xilografie

    19
    94

    Asana
    Xilografie

    Asana Xilografie come Asana Cenere, Asana Grafite, Asana Guazzi, Asana Braille, Asana Nerofumo, fa parte di un ciclo di opere su carta in cui l’artista si avvale di tecniche diverse e diversi supporti. Il tema che tutte le accomuna è quello del corpo rappresentato in diverse posture nell’orizzonte della disciplina dello Yoga di cui l’artista è seguace. Un pensiero quello di questa filosofia che ha profondamente influenzato non solo la sua vita, ma anche il suo modo di concepire l’arte come una particolare forma di conoscenza. In questo orizzonte di pensiero caratterizzato da una continua ricerca di senso va visto l’utilizzo di diversi linguaggi che contrassegna tutto il suo percorso artistico 
    Asana Xilografie, 4 xilografie su carta braille, cm. 26×34, 1994 [GR0007]
    Asana, xilografie su carta braille, 7 pezzi 26×34 cm cad., 1994 [GR0006 a-g]

    Asana, china su carta braille, 26×34 cm, 1994 [DG0062]

  • 1994 Asana Guazzi

    1994 Asana Guazzi

    19
    94

    Asana
    Guazzi

    Asana Guazzi Suryanamaskara come Asana Cenere, Asana Grafite, Asana Xilografie, Asana Braille, Asana Nerofumo, fa parte di un ciclo di opere su carta in cui l’artista si avvale di tecniche diverse e diversi supporti. Il tema che tutte le accomuna è quello del corpo rappresentato in diverse posture nell’orizzonte della disciplina dello Yoga di cui l’artista è seguace. Un pensiero quello di questa filosofia che ha profondamente influenzato non solo la sua vita, ma anche il suo modo di concepire l’arte come una particolare forma di conoscenza. In questo orizzonte di pensiero caratterizzato da una continua ricerca di senso va visto l’utilizzo di diversi linguaggi che contrassegna tutto il suo percorso artistico
    Asana Guazzi Suryanamaskara, 12 guazzi, cm. 9×9 cad., 1994 [DG0070]

    Asana Suryanamaskara, guazzi, 26 pezzi 9×9 cm cad., 1994 [DG0069]

    DG0070 – Asana. Guazzi, 20 pezzi 17×12 cm cad., 1994

  • 1993 Costellazioni

    1993 Costellazioni

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    Costellazioni

    “…I neoplatonici avevano messo a punto una dottrina della luce e del colore, simile a quella di Goethe, che aveva un carattere sostanzialmente scientifico-spirituale e quasi per nulla fisico. Ascari, platonicamente, esalta il bene della vista come il bene più prezioso dell’uomo in quanto nulla di ciò che possiamo dire, o dipingere, intorno all’universo potrebbe essere detto, o dipinto, se non avessimo visto le stelle, il sole, il cielo.” (Marisa Vescovo)

    LABIRINTI DEL SILENZIO

    Marisa Vescovo

    Un primo approfondito incontro con le opere di Ferruccio Ascari, mi ha convinto che il pensiero simbolico, con la sua radice sacra e la sua realizzazione storico-locale incarna, in questo caso, la storia, le opere degli uomini, le loro aspirazioni e le loro paure in immagini e sensi sovrapersonali. lo specchio del simbolo è un rivelatore caldo della realtà, è un filtro di tradizioni, ma anche di spazi dove viene bruciato il superfluo e arso di altro fuoco il desiderio che spinge a mettere in primo piano il proprio volto, la propria cronaca. In queste opere il simbolo è contemporaneamente metafora: in quanto parte che evoca il “tutto”, e “metamorfosi”, in quanto questa stessa parte è già avvento del tutto, e lo fa esplodere.

    Con queste esplosioni si ristabilisce un profondo contatto con gli archetipi e si ritrovano le “figure” portanti interne alle opere. Osservando più da vicino i quadri, 0 i disegni, troviamo ricorrere in primo piano o tra gli arabeschi della trama cromatica, l’archetipo dell’albero. L’albero, simbolo del Centro del Mondo, è, in primo luogo, il punto di un “inizio assoluto” dove le energie latenti del sacro per la prima volta sono fuoriuscite là dove gli esseri soprannaturali, gli dei 0 il dio, crearono gli uomini e il mondo. In ultima istanza, ogni creazione avviene proprio in questo punto, che è la sorgente ultima della realtà.

    Nel linguaggio simbolico del mito e della religione, questo punto è da indicarsi come: “l’ombelico del mondo”, “l’uovo divino”, il “seme nascosto” o la “radice delle radici”, e viene immaginato anche come un asse verticale, “l’asse cosmico” o “asse del mondo” che, situato al centro dell’universo, attraversa tre zone cosmiche: cielo, terra e mondo sotterraneo.

    L’albero incorpora questo simbolismo serpentino e lunare perché muta la corteccia e perde le foglie, rinasce a primavera, crescendo ritmicamente in conformità del ciclo mensile della luna: crescente e calante.

    Non c’è dubbio che le ascese al cielo e le discese nel mondo sotterraneo sono un aspetto dello sciamanismo, la religione di quei popoli la cui vita spirituale ruota attorno allo sciamano, una figura che riunisce in sè le caratteristiche del mistico, del visionario, dell’artista, del poeta e del mago. I cabalisti intesero invece la creazione come la manifestazione interiore di Dio e si servirono dell’immagine dell’albero capovolto per rappresentare quest’idea. Infatti come il seme contiene in potenza l’albero e l’albero contiene il seme, così il mondo nascosto di “dio” contiene l’intera creazione e la creazione, a sua volta, è la rivelazione del mondo nascosto di “dio”.

    Anche Jung interpreta l’albero come “un simbolo di sé in sezione … il sé rappresentato come un processo crescita”. Nello studio del simbolismo alchemico Jung trovò la conferma della propria convinzione che l’immagine simbolica dell’albero nei sogni e nella fantasia assolvesse alla funzione di rafforzare nell’individuo la consapevolezza di sé. Jung aveva trovato infatti che, nella maggior parte dei casi, l’albero faceva la sua comparsa in sogno nei periodi critici dell’individuo, nel momento in cui egli viveva il bisogno pressante del sostegno di una immagine di crescita e integrazione. Paul Klee in una sua famosa lezione “Sull’arte moderna”, si servì della parabola dell’albero per descrivere il processo creativo che opera nell’artista: “l’artista moderno non distorce o deforma, deliberatamente, la sua esperienza della natura, della vita e dell’arte, bensì, come il tronco dell’albero, la trasforma naturalmente, perché nessuno si aspetta che un albero riproduca  nella sua chioma esattamente le sue radici”. L’artista si limita “al suo posto nel tronco dell’albero a raccogliere ciò che emerge dal profondo e a trasmetterlo oltre. Non serve né comanda, bensì funge solo da intermediario. La sua posizione è umile: non è lui stesso lo splendore della chioma, quello splendore semplicemente lo attraversa”. Klee vide giustamente nella creatività umana la prosecuzione del processo cosmico.

    Guardando i quadri di Ascari vediamo che questo discorso si allarga così da abbracciare una vasta rete di analogie. Analogie che come nei tappeti del Caucaso e persiani, schiudono universi da mille e una notte: è un mondo di forme geometriche-vegetali, animali e perfino umane, che nascono dall’esigenza di sottolineare l’umiltà del mondo sensibile paragonato al divino.

    Ma ciò che ci importa innanzitutto stabilire è quello che potremmo chiamare il contenuto specifico di figuratività inerente gli elementi della figurazione: la linea, il colore. Dal dispiegarsi dell’energia interna dei segni, dal loro combinarsi e comporsi, risulta la forza di significazione, la capacità di esistenza dell’immagine. Dalla pratica dell’affresco a muro, e poi strappato e portato sulla tela, Ascari mette a punto i valori della materia e scopre il valore della linea-luce che nasce dall’energia implicita del segno e la costruttività dei colori e il “nuovo mondo delle tonalità”. I colori di Ascari si danno come colori psichici: sono il rosso scuro sangue, il marrone bruciato del mondo e del ferro arrugginito (che in taluni lavori compare realmente come elemento di metamorfosi della materia), l’estremo guizzare di una luce spezzata, e placata, in una blanda indifferenza, lo splendore notturno e freddo di un blu. Ciò che preme ad Ascari è di disegnare una dimensione mentale, di riconoscere i limiti di spazio e di tempo nei quali si avvera la propria esistenza, di ritessere la trama dell’universo par- tendo da quel punto che è il proprio io, con la sua volontà di fare e formare.

    Così deve apparire il mondo a chi non si astragga e lo contempli dall’esterno, ma lo vede dal di dentro, secondo le prospettive infinite, divergenti, incrociate, rotanti, che si aprono, via via, lungo le curve apparentemente capricciose della parabola dell’esistenza, sempre eccentrica, periferica, irregolare, e tuttavia segretamente obbediente a certe leggi, e sempre impegnata in una necessità di sviluppo che deve trovare la sua via, aprirsi il suo spazio nella realtà.

    Guardare questi quadri e come immergersi nelle fessure della coscienza, e scendere in quel chiaroscuro che si scorge vibrare sulla tela e sulla carta significa scendere nell’oscurità imprecisa che sottostà al linguaggio, al pensiero, alla vita individuale.

    Se torniamo ancora ad osservare alcune tele di Ascari notiamo che l’arabesco lineare, talora graffito, ci ricorda architetture islamiche in cui la decorazione non cerca di “imitare il Creatore” nell’illusione di forme stabili ed eterne, “ma lo evoca attraverso la sua assenza in una veste fragile, incompiuta, precaria”. È così che sulle tele nascono figure intrecciate, archi a raggio variabile, quell’arabesco-labirinto che è essenzialmente una specie di negazione indefinita delle forme geometriche chiuse.

    Schlegel era andato molto avanti pensando che l’arabesco fosse addirittura una forma originaria della fantasia umana: la manifestazione del caos da cui si originano le forme. Ancora una volta l’archetipo rappresenta, e personifica, determinati fatti della primitiva psiche oscura, delle vere invisibili radici della coscienza.

    Altre tele abbandonano il proliferare delle tracce e dell’arabesco e ci fanno balenare epifanie cosmogoniche di materia, di temperie informale. Qui la materia incandescente, ed esplosa, prefigura un flusso indefinito e un quid spiritualmente simbolico, o insomma qualcosa che, nell’ambito di un’indefinibile ed incolmabile esigenza spirituale, “assume la funzione di”, assume la forma di un avventuroso paesaggio, di uno stato psichico-esistenziale dove l’imbocco e l’uscita, il primo termine e il secondo si trovano allo stesso livello.

    Siamo comunque d’accordo con Giorgio Verzotti quando scrive che “un altro versante di operatività è toccato con dipinti che inglobano nella loro struttura superfici metalliche. In questo caso la composizione viene costruita in insiemi calibrati di materiali eterogenei, artistici e non, tradizionali e non. Il progetto verte su regole di euritmia che, come nel caso di Burri, e da Burri in poi di molti, verte sul porre accordo nel discordante, tende ad un assetto squisito dell’opera, ad una sua aulica nominazione. Le tele e i metalli sono giustapposti, come corpi non estranei l’uno all’altro, ma neanche del tutto familiarizzabili; stanno gli uni accanto agli altri scambiandosi reciprocità e attestando differenze”.

    Il filo conduttore che si dipana lungo tutto l’excursus artistico di Ascari è quello della ricerca di una certa qualità; è nella ricerca della qualità, cioè della propria assoluta autenticità che l’artista (direbbe Kierkegaard) vuole disperatamente essere se stesso, e sappiamo altrettanto bene che senza “segni” non c’è Io, non c’è il suo rapporto col mondo e, dunque, l’instaurazione della sua identità individuale.

    Ascari è uno di quegli artisti che hanno bisogno, oggi più che mai, di riconoscere l’enigma delle cose che sono davanti a loro, il che vuol dire avere anche una nuova percezione delle cose, e queste cose ormai si possono recepire se si arriva ad “un tempo rallentato dell’ascolto”, così che le cose e le forme usate per una vita si rimettono in movimento come “nuove”, restituite a se stesse; attraverso la cura dell’artista divengono una parte della sua interiorità, infatti nel lavoro si torna ad avvertire la presenza invisibile della natura come l’alito di un respiro, o di un vento leggero, e la poesia delle cose semplici ed elementari apre la porta al silenzio. Nel silenzio e nell’ascolto le cose si accendono dei loro segni sensoriali e allora noi le comprendiamo di più e, mentre le comprendiamo, sentiamo presenti i rapporti che intercorrono tra di esse.

    Questo atteggiamento di reverenza verso il silenzio, la meditazione, fa si che nell’immagine proposta da Ascari si compia il trapasso dalle forme inferiori le tradizioni, o le memorie, che impediscono la libertà – alle forme superiori, in cui la libertà si attua nel suo volo più alto. Ogni momento significativo continua così a vivere attraverso echi e ripercussioni che si diffondono intorno come cerchi i quali si allargano nell’acqua dopo un tonfo.

    La visione cosmologica che si dispiega nel lavoro di Ascari non fornisce la chiave dell’interpretazione simbolica o semantica delle immagini e dei segni della sua pittura, spiega piuttosto come ognuna di quelle immagini, ognuno di quei segni, contenga una verità che ciascuno leggerà secondo la propria esperienza, inserirà nel ritmo della propria esistenza, eppure conserverà per tutti lo stesso valore di verità. E queste tele vivono la verità di equilibri formali sospesi, eppure ineccepibili, animati da una vitalità magica e silenziosa, e stati sensitivi vagamente ambigui, come se potessero da un momento all’altro rientrare e dissolversi in quello spazio che non occupano, ma che dichiarano con stati tonali, luci, splendori segreti, che si muovono verso l’alto.

    I neoplatonici avevano messo a punto una dottrina della luce e del colore, simile a quella di Goethe, che aveva un carattere sostanzialmente scientifico-spirituale e quasi per nulla fisico. Ascari, platonicamente, esalta il bene della vista come il bene più prezioso dell’uomo in quanto nulla di ciò che possiamo dire, o dipingere, intorno all’universo potrebbe essere detto, o dipinto, se non avessimo visto le stelle, il sole, il cielo.

    Costellazioni.Trittico, affresco riportato su tela, 31,5×36,5 cm cad., 1993 [A0225]

     
    Costellazioni.Trittico, affresco riportato su tela, 31,5×36,5 cm cad., 1993 [A0226]

    Costellazioni.Trittico, affresco riportato su tela, 31,5×36,5 cm cad., 1993 [A0227]

  • 1993 Asana Nero Fumo

    1993 Asana Nero Fumo

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    Asana
    Nero Fumo

    Asana Nerofumo come Asana Grafite, Asana Cenere, Asana Xilografie, Asana Guazzi, Asana Braille, fa parte di un ciclo di opere su carta in cui l’artista si avvale di tecniche diverse e diversi supporti. Il tema che tutte le accomuna è quello del corpo rappresentato in diverse posture nell’orizzonte della disciplina Yoga di cui l’artista è seguace. Un pensiero quello di questa filosofia che ha profondamente influenzato non solo la sua vita, ma anche il suo modo di concepire l’arte come una particolare forma di conoscenza. In questo orizzonte di pensiero caratterizzato da una continua ricerca di senso va visto l’utilizzo di diversi linguaggi, che contrassegna tutto il suo percorso artistico.

    Per il testo di Helmut Herbst clicca qui

    Asana Nerofumo, 14 nerofumo su cartone grigio, cm. 82×91 cad. 1993 [D0021a/i]

  • 1993 Affreschi riportati su tela

    1993 Affreschi riportati su tela

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    Affreschi
    Riportati
    Su Tela

    “…Notiamo che l’arabesco lineare, talora graffito, ci ricorda architetture islamiche in cui la decorazione non cerca di “imitare il Creatore” nell’illusione di forme stabili ed eterne, ma lo evoca attraverso la sua assenza in una veste fragile, incompiuta, precaria”. È così che sulle tele nascono figure intrecciate, archi a raggio variabile, quell’arabesco-labirinto che è essenzialmente una specie di negazione indefinita delle forme geometriche chiuse.” (Marisa Vescovo)

    LABIRINTI DEL SILENZIO

    Marisa Vescovo

    Un primo approfondito incontro con le opere di Ferruccio Ascari, mi ha convinto che il pensiero simbolico, con la sua radice sacra e la sua realizzazione storico-locale incarna, in questo caso, la storia, le opere degli uomini, le loro aspirazioni e le loro paure in immagini e sensi sovrapersonali. lo specchio del simbolo è un rivelatore caldo della realtà, è un filtro di tradizioni, ma anche di spazi dove viene bruciato il superfluo e arso di altro fuoco il desiderio che spinge a mettere in primo piano il proprio volto, la propria cronaca. In queste opere il simbolo è contemporaneamente metafora: in quanto parte che evoca il “tutto”, e “metamorfosi”, in quanto questa stessa parte è già avvento del tutto, e lo fa esplodere.

    Con queste esplosioni si ristabilisce un profondo contatto con gli archetipi e si ritrovano le “figure” portanti interne alle opere. Osservando più da vicino i quadri, 0 i disegni, troviamo ricorrere in primo piano o tra gli arabeschi della trama cromatica, l’archetipo dell’albero. L’albero, simbolo del Centro del Mondo, è, in primo luogo, il punto di un “inizio assoluto” dove le energie latenti del sacro per la prima volta sono fuoriuscite là dove gli esseri soprannaturali, gli dei 0 il dio, crearono gli uomini e il mondo. In ultima istanza, ogni creazione avviene proprio in questo punto, che è la sorgente ultima della realtà.

    Nel linguaggio simbolico del mito e della religione, questo punto è da indicarsi come: “l’ombelico del mondo”, “l’uovo divino”, il “seme nascosto” o la “radice delle radici”, e viene immaginato anche come un asse verticale, “l’asse cosmico” o “asse del mondo” che, situato al centro dell’universo, attraversa tre zone cosmiche: cielo, terra e mondo sotterraneo.

    L’albero incorpora questo simbolismo serpentino e lunare perché muta la corteccia e perde le foglie, rinasce a primavera, crescendo ritmicamente in conformità del ciclo mensile della luna: crescente e calante.

    Non c’è dubbio che le ascese al cielo e le discese nel mondo sotterraneo sono un aspetto dello sciamanismo, la religione di quei popoli la cui vita spirituale ruota attorno allo sciamano, una figura che riunisce in sè le caratteristiche del mistico, del visionario, dell’artista, del poeta e del mago. I cabalisti intesero invece la creazione come la manifestazione interiore di Dio e si servirono dell’immagine dell’albero capovolto per rappresentare quest’idea. Infatti come il seme contiene in potenza l’albero e l’albero contiene il seme, così il mondo nascosto di “dio” contiene l’intera creazione e la creazione, a sua volta, è la rivelazione del mondo nascosto di “dio”.

    Anche Jung interpreta l’albero come “un simbolo di sé in sezione … il sé rappresentato come un processo crescita”. Nello studio del simbolismo alchemico Jung trovò la conferma della propria convinzione che l’immagine simbolica dell’albero nei sogni e nella fantasia assolvesse alla funzione di rafforzare nell’individuo la consapevolezza di sé. Jung aveva trovato infatti che, nella maggior parte dei casi, l’albero faceva la sua comparsa in sogno nei periodi critici dell’individuo, nel momento in cui egli viveva il bisogno pressante del sostegno di una immagine di crescita e integrazione. Paul Klee in una sua famosa lezione “Sull’arte moderna”, si servì della parabola dell’albero per descrivere il processo creativo che opera nell’artista: “l’artista moderno non distorce o deforma, deliberatamente, la sua esperienza della natura, della vita e dell’arte, bensì, come il tronco dell’albero, la trasforma naturalmente, perché nessuno si aspetta che un albero riproduca  nella sua chioma esattamente le sue radici”. L’artista si limita “al suo posto nel tronco dell’albero a raccogliere ciò che emerge dal profondo e a trasmetterlo oltre. Non serve né comanda, bensì funge solo da intermediario. La sua posizione è umile: non è lui stesso lo splendore della chioma, quello splendore semplicemente lo attraversa”. Klee vide giustamente nella creatività umana la prosecuzione del processo cosmico.

    Guardando i quadri di Ascari vediamo che questo discorso si allarga così da abbracciare una vasta rete di analogie. Analogie che come nei tappeti del Caucaso e persiani, schiudono universi da mille e una notte: è un mondo di forme geometriche-vegetali, animali e perfino umane, che nascono dall’esigenza di sottolineare l’umiltà del mondo sensibile paragonato al divino.

    Ma ciò che ci importa innanzitutto stabilire è quello che potremmo chiamare il contenuto specifico di figuratività inerente gli elementi della figurazione: la linea, il colore. Dal dispiegarsi dell’energia interna dei segni, dal loro combinarsi e comporsi, risulta la forza di significazione, la capacità di esistenza dell’immagine. Dalla pratica dell’affresco a muro, e poi strappato e portato sulla tela, Ascari mette a punto i valori della materia e scopre il valore della linea-luce che nasce dall’energia implicita del segno e la costruttività dei colori e il “nuovo mondo delle tonalità”. I colori di Ascari si danno come colori psichici: sono il rosso scuro sangue, il marrone bruciato del mondo e del ferro arrugginito (che in taluni lavori compare realmente come elemento di metamorfosi della materia), l’estremo guizzare di una luce spezzata, e placata, in una blanda indifferenza, lo splendore notturno e freddo di un blu. Ciò che preme ad Ascari è di disegnare una dimensione mentale, di riconoscere i limiti di spazio e di tempo nei quali si avvera la propria esistenza, di ritessere la trama dell’universo par- tendo da quel punto che è il proprio io, con la sua volontà di fare e formare.

    Così deve apparire il mondo a chi non si astragga e lo contempli dall’esterno, ma lo vede dal di dentro, secondo le prospettive infinite, divergenti, incrociate, rotanti, che si aprono, via via, lungo le curve apparentemente capricciose della parabola dell’esistenza, sempre eccentrica, periferica, irregolare, e tuttavia segretamente obbediente a certe leggi, e sempre impegnata in una necessità di sviluppo che deve trovare la sua via, aprirsi il suo spazio nella realtà.

    Guardare questi quadri e come immergersi nelle fessure della coscienza, e scendere in quel chiaroscuro che si scorge vibrare sulla tela e sulla carta significa scendere nell’oscurità imprecisa che sottostà al linguaggio, al pensiero, alla vita individuale.

    Se torniamo ancora ad osservare alcune tele di Ascari notiamo che l’arabesco lineare, talora graffito, ci ricorda architetture islamiche in cui la decorazione non cerca di “imitare il Creatore” nell’illusione di forme stabili ed eterne, “ma lo evoca attraverso la sua assenza in una veste fragile, incompiuta, precaria”. È così che sulle tele nascono figure intrecciate, archi a raggio variabile, quell’arabesco-labirinto che è essenzialmente una specie di negazione indefinita delle forme geometriche chiuse.

    Schlegel era andato molto avanti pensando che l’arabesco fosse addirittura una forma originaria della fantasia umana: la manifestazione del caos da cui si originano le forme. Ancora una volta l’archetipo rappresenta, e personifica, determinati fatti della primitiva psiche oscura, delle vere invisibili radici della coscienza.

    Altre tele abbandonano il proliferare delle tracce e dell’arabesco e ci fanno balenare epifanie cosmogoniche di materia, di temperie informale. Qui la materia incandescente, ed esplosa, prefigura un flusso indefinito e un quid spiritualmente simbolico, o insomma qualcosa che, nell’ambito di un’indefinibile ed incolmabile esigenza spirituale, “assume la funzione di”, assume la forma di un avventuroso paesaggio, di uno stato psichico-esistenziale dove l’imbocco e l’uscita, il primo termine e il secondo si trovano allo stesso livello.

    Siamo comunque d’accordo con Giorgio Verzotti quando scrive che “un altro versante di operatività è toccato con dipinti che inglobano nella loro struttura superfici metalliche. In questo caso la composizione viene costruita in insiemi calibrati di materiali eterogenei, artistici e non, tradizionali e non. Il progetto verte su regole di euritmia che, come nel caso di Burri, e da Burri in poi di molti, verte sul porre accordo nel discordante, tende ad un assetto squisito dell’opera, ad una sua aulica nominazione. Le tele e i metalli sono giustapposti, come corpi non estranei l’uno all’altro, ma neanche del tutto familiarizzabili; stanno gli uni accanto agli altri scambiandosi reciprocità e attestando differenze”.

    Il filo conduttore che si dipana lungo tutto l’excursus artistico di Ascari è quello della ricerca di una certa qualità; è nella ricerca della qualità, cioè della propria assoluta autenticità che l’artista (direbbe Kierkegaard) vuole disperatamente essere se stesso, e sappiamo altrettanto bene che senza “segni” non c’è Io, non c’è il suo rapporto col mondo e, dunque, l’instaurazione della sua identità individuale.

    Ascari è uno di quegli artisti che hanno bisogno, oggi più che mai, di riconoscere l’enigma delle cose che sono davanti a loro, il che vuol dire avere anche una nuova percezione delle cose, e queste cose ormai si possono recepire se si arriva ad “un tempo rallentato dell’ascolto”, così che le cose e le forme usate per una vita si rimettono in movimento come “nuove”, restituite a se stesse; attraverso la cura dell’artista divengono una parte della sua interiorità, infatti nel lavoro si torna ad avvertire la presenza invisibile della natura come l’alito di un respiro, o di un vento leggero, e la poesia delle cose semplici ed elementari apre la porta al silenzio. Nel silenzio e nell’ascolto le cose si accendono dei loro segni sensoriali e allora noi le comprendiamo di più e, mentre le comprendiamo, sentiamo presenti i rapporti che intercorrono tra di esse.

    Questo atteggiamento di reverenza verso il silenzio, la meditazione, fa si che nell’immagine proposta da Ascari si compia il trapasso dalle forme inferiori le tradizioni, o le memorie, che impediscono la libertà – alle forme superiori, in cui la libertà si attua nel suo volo più alto. Ogni momento significativo continua così a vivere attraverso echi e ripercussioni che si diffondono intorno come cerchi i quali si allargano nell’acqua dopo un tonfo.

    La visione cosmologica che si dispiega nel lavoro di Ascari non fornisce la chiave dell’interpretazione simbolica o semantica delle immagini e dei segni della sua pittura, spiega piuttosto come ognuna di quelle immagini, ognuno di quei segni, contenga una verità che ciascuno leggerà secondo la propria esperienza, inserirà nel ritmo della propria esistenza, eppure conserverà per tutti lo stesso valore di verità. E queste tele vivono la verità di equilibri formali sospesi, eppure ineccepibili, animati da una vitalità magica e silenziosa, e stati sensitivi vagamente ambigui, come se potessero da un momento all’altro rientrare e dissolversi in quello spazio che non occupano, ma che dichiarano con stati tonali, luci, splendori segreti, che si muovono verso l’alto.

    I neoplatonici avevano messo a punto una dottrina della luce e del colore, simile a quella di Goethe, che aveva un carattere sostanzialmente scientifico-spirituale e quasi per nulla fisico. Ascari, platonicamente, esalta il bene della vista come il bene più prezioso dell’uomo in quanto nulla di ciò che possiamo dire, o dipingere, intorno all’universo potrebbe essere detto, o dipinto, se non avessimo visto le stelle, il sole, il cielo.

     

    Senza Titolo. Affresco riportato su tela, 250×250 cm, 1993 [A0058]

    Senza Titolo. Affresco riportato su tela, 250×254 cm, 1993 [A0203]

  • 1992 Elelisphatos. Affreschi riportati su tela.

    1992 Elelisphatos. Affreschi riportati su tela.

    19
    92

    Elelisphatos

    Nel 1987 Ferruccio Ascari da inizio con Elelisphatos alla prima di un ciclo di opere che continuerà a portare avanti negli anni successivi declinando il tema da cui prendono avvio – lo zodiaco coi suoi molteplici significati simbolici – declinate secondo formati e scelte linguistiche ogni volta diversi.

    Incisioni, pittura su lastre di vetro, affreschi trasportati su tela, collages, installazioni ambientali – tutte queste opere sono accomunate da un unico grande tema: la congiunzione tra Terra e Cielo. Un tema che ricorre in altre sue opere e che in Elelisphatos s’intreccia col racconto dello Zodiaco inteso come insieme di simboli, ma sopratutto come luogo delle corrispondenze. Un luogo dove ad ogni cosa, sia che appartenga al regno vegetale, animale o minerale, corrisponde qualcos’altro: un mese dell’anno, una parte del corpo umano, una costellazione.

     

    Elelisphatos. Affresco riportato su tela, 56×240 cm, 1992 [A0009]
    Elelisphatos. Trittico, affresco riportato su tela e collage, 56×240 cm cad., 1992 [A0049]

    Elelisphatos. Affresco riportato su tela, 56×240 cm cad., 1992 [A0167/A0168]

    Elelisphatos. Affresco riportato su tela, 56×240 cm cad., 1992 [A0165/A0166]
  • 1989 Affresco

    1989 Affresco

    19
    89

    Affresco

     

    Scorcio dello studio dell’artista.
    E’ visibile al centro un affresco ultimato; sulla parete di destra parte di un dipinto in via d’esecuzione. L’artista dipinge direttamente sul muro, poi con la procedura dello “strappo” distacca il dipinto e da qui prende avvio quel gioco combinatorio – lastre di ferro + ossidi affresco staccato e riportato su tela – da cui nascono le sue opere di questi ultimi anni.

     

    “…Ciò che l’artista fa appartiene alla dimensione del progetto, a quella preminenza dell’atto mentale che connatura tutta l’arte contemporanea. Ecco un procedimento antico, l’affresco, immediatamente coniugato con una pratica di conservazione ad esso collegata, lo strappo. l’artista si riappropria di ambedue le tecniche: sui muri del proprio studio procede alla preparazione del supporto, dopo aver preparato i colori, che stende secondo le modalità tradizionali della pittura a fresco…” (Giorgio Verzotti)

  • 1986 Di Terra

    1986 Di Terra

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    Di Terra

    Il carattere ‘originario’ dell’opera d’arte come evento non deducibile dall’esistente, rappresenta l’elemento concettuale forte che collega, pur nel diverso assetto linguistico e formale, le opere installative a quelle della fase seguente: l’attenzione dell’artista si focalizza sulla scultura e sulla pittura e insieme sulle questioni che tali linguaggi comportano, mantenendo attivo il rapporto con lo spazio come elemento con cui l’opera intreccia relazioni al di là di qualsiasi intenzione rappresentativa.

    Tutto può essere rimesso in questione e viene, dunque, consapevolmente rimesso in questione poiché la morte di ogni fondamento sovra-sensibile del mondo sensibile comporta l’autonomia del “sensibile” e perciò dell’arte sopra ogni cosa. Le opere sono esito di una processualità, nell’orizzonte di un sapere materiale e finito, e incorporano in sé e nelle proprie strutture le forme della riflessione. È in questo orizzonte che ‘accadono’ come puri eventi, come “vane forme della materia”, opere quali le quattro grandi sculture in terracotta, alabastro, terracotta invetriata, presentate a Volterra in occasione di una personale dell’artista a Palazzo dei Priori o come quelle dello stesso periodo: Probabile Blu, Questo quello è, Due volti e uno, Se la spassa nel fuoco, Fortepiano, Cratere, Di Terra, Carbone + Carta, Carta + Oro + Tela, Tela Cartone + Ossido di ferro, Combustione. Tutte sono fortemente contrassegnate da uno statuto linguistico ambiguo, esito dello sconfinamento reciproco tra scultura e pittura. L’unità dell’opera tende in questo ciclo di lavori a frantumarsi, ad aprirsi da tutti i lati, a farsi improbabile e problematica. Essa è “presenza” che si serve di tutti i giacimenti sparsi, ignoti, fluttuanti; profondità che è designata come materialità dal nome degli elementi, che vengono come liberati e innalzati nella loro essenza; oscurità elementare che si fa presente, non dissipata, ma sciolta e resa visibile; essa è dunque uno “schiudersi”, uno “sbocciare”. A differenza dell’oggetto che scompare nel suo uso, rinvia al suo valore utile, l’opera annuncia ciò che è, ciò di cui è fatta. L’alabastro, il ferro, il legno, il vetro, la luce divenuta colore nella pittura, rendono visibile e presente la loro natura e la loro materia; l’elementare si illumina e quando l’opera “avviene” il fondo è come presente, come attratto verso il giorno: la notte degli elementi procede verso la luce. La segreta vitalità, la forza e il mistero che pervade l’opera è quella del “nulla” da cui procede, un nulla che si è deontologizzato e si è convertito dal piano dell’essere e dell’identità al piano metodologico di una funzione, di un indice che si applica al divenire storico della finitezza. Presentando una personale di Ascari nella galleria “Uta Van Marwyck” a Monaco nel 1984, Vittorio Fagone parlava di riflessione “colta”. “Una pittura colta – diceva – dell’esperienza della moderna arte visuale dove le esperienze dello spazio dinamico dell’environment hanno un chiaro valore, si aprono ad una concezione vitalistica della pittura come spazio di relazione. In questa prospettiva, l’analisi del campo pittorico diventa luogo di riconoscimento della trasparenza e delle condensazioni di segnali minimi, zona di deposito, mentale e fisico, di concrete memorie sfuggenti, spazio di apparizioni di segni, all’apparenza labili, ma carichi di un forte potere di indicazione di senso… La pittura di Ascari… produce in noi l’idea di una spazialità aperta ad una visione del mondo per memorie senza contorni e per segni non sigillati. Il processo di riconoscimento nel quale è impegnato chi guarda va a stabilire un confine mobile che dà definizione al campo della pittura e chiara, ma non chiusa, leggibilità, ai segni di cui questa è affollata”. Dentro questo percorso, nelle opere che segnano la sua attività a partire dalla fine degli anni ’80, Ascari sembra aver privilegiato la pittura come luogo autosufficiente dando la parola, soprattutto, ai valori puri del colore che pur intrattenendo un rapporto dialettico con gli elementi segnici, diventano protagonisti assoluti di queste ultime opere. I segni zampillando dalla materia colorata, in una continua fioritura, volteggiano nel colore come in una danza di fantasmi ossia, alla lettera, di “apparizioni” che mimano nei loro geroglifici gli aerei e spesso inafferrabili sensi del mondo. Il pigmento colorato applicato al muro secondo la tecnica della frescatura viene strappato e riportato su tela interagendo con una trama sottile e minuta di segni che, pur mantenendo la loro specifica natura, sembrano impercettibilmente trasformarsi nella voce del colore, nel brusio sommesso, scomposto, indecifrabile della materia organica colorata; sono, alla lettera, bisbigli di un altro mondo che si fa presente, e che, dall’oscurità elementare da cui proviene, procede verso la luce.
    I pigmenti, il ferro e tutti gli altri materiali che costituiscono le opere declinano le loro proprietà trasformandosi in un ritmo che si dipana dal loro mondo chiuso e impenetrabile: in questo luogo remoto, lontano dal rumore del mondo eppure con esso implicato vive la voce sottile del colore.
    La terra, l’elemento tutto terrestre del colore è “prodotto” ossia portato in primo piano come la sempre rinnovata ricchezza della fisicità che, enigmaticamente, ha una sua storia, non storica, una storia “naturale”, che si dà come sempre rinnovato deposito di possibili interpretazioni. La profondità della materia per un attimo si schiude, l’elementare si illumina e l’opera “momento di folgore” avviene come un balenio di luce su cui il buio subito si richiude.

    Di Terra. Terracotta, 400x50x50 cm, 1986 [S0003]
    Da sinistra a destra
    Carbone + Carta. Tecnica mista su carta intelaiata, 140×87 cm, 1986
    Tela + Carbone + Ossido di Ferro. Tecnica mista su tela, 138×86 cm, 1986
    Carta + Oro +Tela. Tecnica mista su tela, 138×86 cm, 1986

  • 1983 Quattro Sculture

    1983 Quattro Sculture

    19
    83

    Quattro Sculture

    Le opere di questo periodo, aldilà dei diversi formati, sono tutte esito di una processualità, nell’orizzonte di un sapere materiale e finito, e incorporano in sé e nelle proprie strutture le forme della riflessione. È in questo orizzonte che ‘accadono’ come puri eventi, come “vane forme della materia”, opere quali le Quattro  Sculture in terracotta, alabastro, terracotta invetriata, presentate a Volterra in occasione di una personale dell’artista a Palazzo dei Priori

    Quattro Sculture. Alabastro, terracotta, terracotta invetriata, 25x25x400 cm cad., Volterra, Palazzo dei Priori, 1983 [S0018]

  • 1983 Vajra

    1983 Vajra

    19
    83

    Vajra

    Le opere di questo periodo, aldilà dei diversi formati, sono tutte esito di una processualità, nell’orizzonte di un sapere materiale e finito, e incorporano in sé e nelle proprie strutture le forme della riflessione. È in questo orizzonte che ‘accadono’ come puri eventi, come “vane forme della materia”, opere quali le Quattro  Sculture in terracotta, alabastro, terracotta invetriata, presentate a Volterra in occasione di una personale dell’artista a Palazzo dei Priori

    A differenza dell’oggetto che scompare nel suo uso, rinvia al suo valore utile, l’opera annuncia ciò che è, ciò di cui è fatta. L’alabastro, il ferro, il legno, il vetro, la luce divenuta colore nella pittura, rendono visibile e presente la loro natura e la loro materia; l’elementare si illumina e quando l’opera “avviene” il fondo è come presente, come attratto verso il giorno: la notte degli elementi procede verso la luce.  

    Vajra, scultura luminosa, Alabastro, 25x25x400  cm, 1983 [S0004]

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