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  • 2016 Opera ultima [video]

    2016 Opera ultima [video]

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    Opera
    Ultima

    [Video]

    Il video prende la mosse da un’omonima installazione di Ferruccio Ascari del 2012 composta di più elementi: una serie di urne in terracotta, diverse per dimensione e forma, contenenti al loro interno resti di difficile identificazione.

    Opera Ultima, 04’30”, 2016 (teaser 01’01’)

  • 2015 Quiescente Obliqua I

    2015 Quiescente Obliqua I

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    Quiescente Obliqua I

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    I due video – “Q.O.1” e “Q.O.2” – sono stati realizzati da Ferruccio Ascari a partire dai materiali visivi e sonori della installazione/dance-performance Quiescente Obliqua 1981-2015 presentata in occasione della mostra Luce: Scienza Cinema Arte promossa dall’Università di Parma per il 2015, proclamato dall’UNESCO Anno Internazionale della Luce.

    Quiescente Obliqua fu presentata per la prima volta alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma nel gennaio del 1981. Elemento fondante di quest’opera, esemplare del clima di ricerca di quegli anni, l’interazione tra diversi piani linguistici attraverso l’attivazione di una fitta trama di rapporti tra movimento corporeo, luce, suono, spazio. Come allora, in questa nuova versione è in scena Gustavo Frigerio: il suo corpo in danza, la sua voce animano la partitura/architettura di segni luminosi realizzata da Ferruccio Ascari attraverso la proiezione nello spazio di una serie di vetrofanie che ‘costruiscono’ un ambiente virtuale: gli elementi visivi si intrecciano alla suggestione delle emissioni vocali e della traccia sonora prodotta, per questa specifica occasione dal compositore Nicola Ratti. Questi sono anche gli elementi costitutivi dei due video: attraverso una ricomposizione dei materiali visivi e sonori della performance nei 4′ e 11”’di durata il protagonista compie una sorta di viaggio nella memoria e nel tempo a partire dalle suggestioni offerte da alcune frasi estrapolate dall’Ulisse di Joyce che, trasformate da Ferruccio Ascari in scritture di luce, come lampi attraversano la scena.

    Intervista a Ferruccio Ascari di Marco Marcon cliccando qui

     Quiescente Obliqua. Dance performance, mixed media, Palazzo del Governatore, Parma, 2015 [PE0019]

    Fografie di Donata Clovis

    Quiescente Obliqua II. 04’12”, 2015 (teaser 01’14”)

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    Per il video completo clicca qui

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  • 2015 Libro Muto [video]

    2015 Libro Muto [video]

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    Libro Muto
    [Video]

    Dietro questo video c’è una storia: il ritrovamento da parte dell’autore di alcuni vecchi libri di storia e geografia in Braille e di alcuni diari di bordo redatti quotidianamente dall’ufficiale incaricato di fare il ‘punto nave’ sul ‘Vittoria’, bastimento in viaggio, nel 1936, dall’Italia all’India.
    Anni dopo il ritrovamento i fogli di quei libri e di quei quaderni sono stati usati dall’artista per una serie di disegni e di guazzi.

    Come lui stesso afferma “ogni segno che veniva impresso sulla quella scrittura per ciechi o sui quei calcoli astronomici oltre a violare l’ordine del discorso di quei fogli, ne era a sua volta decisamente influenzato”. Il libro che li contiene, di cui sono stati mantenuti formato e rilegatura originari è, per usare le sue stesse parole, “una specie di viaggio nel viaggio, [presenta] una stratificazione di linguaggi, un accumulo di segni generatori di contraddizioni e consonanze impreviste”. Libro Muto, il video che da questo libro prende origine, ripercorre pagina dopo pagina le tappe di questo viaggio mentale che nasce dall’intreccio di diversi piani: quello umano evocato da una serie di silhouette in diverse posture yogiche che compaiono in sovrimpressione sulle pagine del libro; quello naturale nominato tramite le sagome di vegetali che, tracciate su quelle stesse pagine, a loro volta intercettano il piano celeste attraverso gli stralci dei quaderni di calcolo del diario di navigazione. Un ipertesto le cui singole parti, in segreta relazione tra di loro, rimandano ad un tutto di cui il libro, significativamente destinato ai ciechi, è trasparente metafora.

     

    Libro Muto. 04’25”, 2015 (teaser 01’32”)

  • 2015 Affreschi riportati su tela

    2015 Affreschi riportati su tela

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    Affreschi
    Riportati
    Su Tela

    “…Due anime pare si cimentino all’interno del campo pittorico, un’anima razionale, leggibile nelle scansioni regolari delle superfici, un intento costruttivo leggibile come traccia, impronta, eco, segnale; e per contro un’anima irrazionale che si contenta di lasciar trapelare, come si usa dire dell’inconscio, quella che è la fenomenologia autonoma della materia. ” (GiorgioVerzotti)
    Senza Titolo. Affresco riportato su tela, 90×100 cm ca., 2015 [A0238]

    Senza Titolo. Affresco riportato su tela, 90×100 cm ca., 2015 [A0239]

    Senza Titolo. Affresco riportato su tela, 90×100 cm ca., 2015 [A0240]

    Senza Titolo. Affresco riportato su tela, 90×100 cm ca., 2015 [A0241]

  • 2015 Impermanenza [video]

    2015 Impermanenza [video]

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    Impermanenza

    All’origine del video ‘Impermanenza’ c’è un precedente lavoro, un’installazione del 2014 dal medesimo titolo: tre torri costruite con centinaia di rami di misura decrescente. Anche in questo video gli elementi di cui le tre architetture sono costituite escono dalla fissità dell’installazione, assumono vita autonoma, trovano una loro voce: la voce dei singoli pezzi di legno. Il loro differente peso, la loro differente densità, il diverso impatto con il suolo nell’istante del crollo fornisce il materiale per la traccia sonora che rappresenta un aspetto fondamentale di questo videowork.

     

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  • 2014 Impermanenza

    2014 Impermanenza

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    Impermanenza

    Senza impermanenza, la vita non sarebbe possibile : un seme non potrebbe crescere, un fiore non potrebbe trasformarsi in un frutto un bambino non potrebbe diventare adulto.

    Anche la nostra personalità, il nostro io è solo un nome, che copre una moltitudine (un flusso) di elementi psicofisici in relazione tra loro – non limitati alla vita presente ma radicati in esperienze passate e proiettati in quelle future. L’individuo è una combinazione di forze od energie psico-fisiche, in continuo mutamento. Perchè in questo divenire senza inizio nè fine immaginiamo cose piuttosto che processi? Chiudiamo gli occhi davanti alla successione degli eventi: La vita non è una cosa, né uno stato, ma un continuo movimento e mutamento: nulla è ora lo stesso di come era un attimo fa.
    Il nostro stesso “io” è un complesso di sensazioni, idee, pensieri, emozioni e in continua trasformazione ed evoluzione.
    Secondo l’opinione corrente, la permanenza dà sicurezza, l’impermanenza no.
    Pensiamo che cambiamento equivale a perdita e sofferenza : vogliamo disperatamente che tutto continui così com’è. In realtà, invece, l’unica cosa durevole è paradossalmente proprio l’impermanenza. E la nostra lotta per trattenere le cose così come oggi sono non solo è impossibile, ma – ironicamente – ci provoca proprio quella sofferenza che vogliamo evitare. L’errore sta nel fatto che – per essere felici – ci afferriamo a ciò che è per natura inafferrabile2. Invece di aggrapparci disperatamente alle cose e tenerle strette dovremmo imparare ad allentare la presa e a lasciar andare : In realtà, il mondo è come il susseguirsi dei fotogrammi di una pellicola cinematografica : non c’è nessuna sostanza che abbia una durata ; e gli elementi non mutano, ma scompaiono. Ne consegue la negazione del movimento : un elemento non può muoversi, poiché scompare non appena è apparso e quindi non c’è tempo perché possa muoversi. In effetti, quello che chiamiamo movimento è una serie di manifestazioni separate o lampeggiamenti che sorgono contiguamente l’uno all’altro, cioè apparizioni consecutive di nuovi elementi in nuovi posti. Tale divenire non esclude però l’impressione di una durata o continuità che – in realtà – non esiste.
    E’ impossibile possedere le cose (o le situazioni) perché queste ci fuggono in virtù della transitorietà e dell’ impermanenza. E chi crede di riuscirci, si illude come colui che tenta di fermare il tempo spaccando l’orologio.

    IMPERMANENZA E DINTORNI: Daniela Cristadoro intervista Ferruccio Ascari.

    D.C.   Volevo parlare un po’ con te di Impermanenza, l’installazione che hai realizzato nel 2013 per la mostra curata da Asilo Bianco al Museo Tornielli di Ameno e insieme del video che prende spunto da questo lavoro e che, a sua volta, fa parte di un progetto più ampio e complesso: alludo a Restless Matter, opera in progress che hai progettato per il web. Prima di farti delle domande più specifiche su questo lavoro vorrei fare un’osservazione di carattere generale sul progetto, sul pensiero che mi pare l’attraversi e sapere se la condividi. Per farmi capire sono obbligata a fare una premessa: ‘impermanenza’ oltre a essere il titolo di un tuo lavoro é anche una categoria, un concetto chiave della filosofia buddhista alla base della quale c’è la constatazione che ciò che costituisce ogni cosa esistente altro non è che è un insieme di elementi in relazione tra loro, transitori e soggetti ad un continuo cambiamento: tutto ciò che ha inizio, ha fine. Mi pare di poter dire che Restless Matter, il pensiero e la modalità creativa e di lavoro che attraversa l’intero progetto e, al suo interno, ogni singolo video che ne fa parte, sia nata sotto il segno dell’impermanenza. Vorrei sapere se sei d’accordo con questa interpretazione.

    F.A.   Non è necessario spingersi sino in estremo oriente per scoprire come l’impermanenza sia la natura vera di tutte le cose. Già si attribuisce al filosofo greco Eraclito, per restare nel nostro bacino culturale, l’avvertimento: ‘tutto scorre’, “non potresti entrare due volte nello stesso fiume” e d’altronde la riflessione sull’evanescenza delle cose e sulla morte è alla base di molto pensiero e mistica occidentali. So poco di buddismo, m’interesso invece da tempo della filosofia che sta a fondamento dello yoga, in ogni caso non credo che nel lavoro artistico debba necessariamente esservi un concetto che precede e una realizzazione che segue, mi piace di più pensare che arte sia un ‘pensar facendo’, un ‘fare pensando’. Un giorno in campagna guardo una catasta di legna e vi ‘vedo’ qualcosa che non avevo mai visto prima: non so ancora bene di che si tratta ma, per dar forma a quella prima intuizione, comincio a smontarla. Smontare una cosa per capirne il funzionamento è un’attitudine infantile che non ho mai perduto. Decido poi di rimontarla, ma, invece che su base quadrata, con i legni prima in fila per un verso, poi per il verso contrario, come da sempre si costruiscono le cataste, mi lascio guidare dall’idea di ‘triangolo’: comincio quindi ad accatastare i legni su base triangolare, base molto più precaria, ma che si rivela, via via accatastando, sempre più affascinante proprio per quella sua precarietà. Impermanenza è un’opera che nasce così, poi s’andrà precisando un pò per volta nei mesi successivi. Intendo dire che questo, come quasi tutti i miei lavori, non nasce da un concetto astratto, ma da un improvviso ‘vedere’ qualcosa di mai visto prima. L’idea era già nella forma/catasta, quella forma è come se stesse solo aspettando di essere ‘vista’ e di essere tras/formata per poter manifestare un aspetto nascosto della sua natura più intima.

    D.C.   L’installazione realizzata per il Museo Tornielli è fatta di tre architetture/torri realizzate con porzioni di rami, scortecciati e imbiancati. Chi guarda ha la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa che, quasi per un miracolo della statica, o meglio in stupefacente contraddizione con essa, solo per un istante può stare in piedi: i pezzi di legno a terra dicono di un crollo precedente e di un inevitabile prossimo crollo. Cos’ancora hai voluto dire con questo lavoro?

    F.A.   Più che di una mia volontà di dire credo si tratti di una mia predisposizione all’ascolto, all’indagine, al portare alla luce ciò che si nasconde. Ogni forma, ogni materia custodisce un suo segreto. Interrogare una forma, tormentare un materiale, esasperare una tensione, portare una struttura al limite della sopportazione: questo faccio lavorando. Nel caso di Impermanenza è l’equilibrio che è portato al limite. Se c’è volontà di dire qualcosa, questo qualcosa è proprio in quel ‘essere al limite’. Al limite del crollo. Credo che l’intenzione non sia diversa da quella che spinge un funambolo a camminare su una corda tesa sul vuoto o – meno pericolosamente, ma non con diverso spirito – un bambino a fare un castello con le carte da gioco. La gratuità del gioco è cosa essenziale, significa la non sottomissione all’utile. Il gioco, come l’arte, è cosa seria proprio perché si sottrae all’utile. Il gioco non è utile, è indispensabile: sono due cose diverse. Qui la caduta, il crollo, la rovina sono indispensabili, altrimenti il gioco non potrebbe essere giocato. La caduta è insita, nonostante possa essere nascosta dalle apparenze, nell’equilibrio stesso, è il vero ‘rimosso’ del solido edificio che tutto vuol dimostrare, ma non la sua rovina. Esattamente il contrario di ciò che mostrano le torri di Impermanenza.

    D.C.   C’è in questo lavoro un qualche riferimento al mito della Torre di Babele?

    F.A.   Chissà? Lontana da me la pretesa di voler ‘toccare il cielo’ con una precaria catasta di legni, ma non posso d’altro canto essere responsabile delle interpretazioni altrui…

    D.C.   Le porzioni di rami scortecciati e imbiancati che costituiscono i materiali costruttivi delle tre torri ricordano in modo impressionante le ossa: ossa animali ormai levigate e ripulite dal tempo. Non ti nascondo che quando ho visto questo lavoro non ho potuto non pensare alle Cripte dei Capuccini, alle composizioni di ossa che tappezzano quelle cappelle, ma il tema, in verità, non mi pare qui quello del “memento mori” tipico della tradizione cattolica. Cosa ne pensi?

    F.A.   Penso che in Impermanenza il tema della morte non sia del tutto assente: lavorandovi, l’idea di ‘ossario’ ha in effetti preso progressivamente forma dando, in certo modo, consistenza ad antiche paure, a lontane fascinazioni. Quando ho cominciato ad avere tra le mani quei legni, il loro stato grezzo, i licheni che li ricoprivano, il loro stesso odore li avvertivo come elementi che, nonostante mi piacessero, tendevano a soverchiare qualcosa di essenziale di cui non ero ancora del tutto consapevole. Era come se quegli elementi necessitassero di un qualche processo di calcinazione: da qui il bianco che rivelerà con chiarezza la tendenza di quei legni a farsi sorta di ossa e, in secondo luogo, ad allontanarsi dal rischio di un certo ‘poverismo’ di maniera.[/read]

    Impermanenza. Installazione ambientale, dimensioni variabili, Museo Tornielli, Ameno, 2014 [S0032]

    Documentazione video dell’installazione al Museo Tornielli, Ameno. 2’27”, 2005
  • 2012 Vibractions

    2012 Vibractions

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    Vibractions

    A trent’anni di distanza Ferruccio Ascari riprende l’omonima installazione del 1978 presso lo Spazio O’, a Milano, in occasione dell’uscita di un’edizione musicale della traccia sonora di Vibractions per Die Schactel. ll vinile con la registrazione del materiale sonoro relativo a Vibractions è accompagnato da una riproduzione in tiratura limitata di Mano Armonica – opera coeva dell’installazione sonora del ’78 ad essa collegata – costituita da 25 stampe fotografiche. Pur mantenendo per alcuni aspetti l’impianto concettuale della versione di Vibractions del 1978 questa del 2012  presenta tuttavia rispetto ad essa alcune significative varianti.

    Vibractions 2012. Installazione ambientale, mobili, corde armoniche, pelliccia, Milano, 2012 [PE0017]

    Vibractions 2012. Performance sonora, Spazio O’ Milano, 2012 [PE0017]

  • 2012 Casa Anatta

    2012 Casa Anatta

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    Casa Anatta

    Nel 2012 Ferruccio Ascari riprende, nelle stanze di Casa Anatta a Monte Verità, Vibractions, una sua installazione sonora del 1978. Come avveniva in questo suo lavoro degli anni ’70 anche qui vengono tese da parete a parete delle corde armoniche e le stanze della casa – al suo interno interamente in legno – diviene un anomalo strumento musicale ‘suonato’ dall’artista. Questi quattro video costituiscono un progetto che riproduce nella virtualità della video-installazione la performance realizzata nel 2012 nelle quattro stanze di Casa Anatta.

    Casa Anatta [Non Io]. Videoinstallazione, 4 canali, 17’17”, Monte Verità, 2012 [PE0018]

    Casa Anatta [Non Io]. Installazione sonora/performance, Monte Verità, 2012 [PE0018]

  • 2012 Opera Ultima

    2012 Opera Ultima

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    Opera Ultima


    1) Opera Ultima come Work In Progress. Opera in tensione. Tendente ad essere. Opera in corso d’opera.
    Incompiuta. In agonia. Lavoro di cui venire a capo. Finalmente.
    2) Opera Ultima come Capo-Lavoro. Non primo di tutti i lavori, il più eccelso di un’intera
    opera d’artista, ma ultimo lavoro d’apprendista. Opera Ultima come fine d’un apprendistato.
    3) Opera Ultima come Caput Mortuum. Come ciò che, da ultimo, resta. Parte finale d’un lento processo.
    Feccia oscura, inerte. Residuo, senza utilità. Scoria, caput mortuum, merda. (Questione ulteriore se da quest’ultima, dalla merda, possa trarsi oro).

    Opera Ultima. Terracotta, misure variabili, 2012 [S0031]