Lingua: Italiano

  • 2016 la freccia che colpisce il bersaglio vola per sempre [video]

    2016 la freccia che colpisce il bersaglio vola per sempre [video]

    20
    16

    La Freccia che
    Colpisce il Bersaglio
    Vola per Sempre

    [Video]

    Con il titolo La freccia che colpisce il bersaglio vola per sempre vengono indicati due video – di cui uno è un loop – entrambi tratti da un’omonima scultura di Ferruccio Ascari del 2007 composta da quattro elementi in terracotta bianca.

    Ognuno di questi elementi è composto da una serie di tronchi di cono concentrici, di diametro decrescente, collocati uno dentro l’altro. I cerchi concentrici, digradando verso l’interno, attraggono lo sguardo, lo risucchiano verso un punto interno infinitesimale, un immaginario punto di fuga nel quale lo sguardo si perde dando luogo a un vortice visivo. Uno sguardo che è assimilabile ad una freccia che non trovando più ostacoli, vola – come il titolo dell’opera suggerisce – per sempre, all’infinito. Uno sguardo senza oggetto, dunque, che si perde in un vuoto per molti versi paragonabile alla condizione che si raggiunge in uno stato meditativo della mente. La traccia sonora che accompagna il video è stata elaborata a partire dal suono prodotto percuotendo ogni singolo elemento della scultura.

    La Freccia che Colpisce il Bersaglio Vola per Sempre, 2’22”, 2016 (teaser 0’34”)

  • 2015 Vibractions 1978-2012 [video]

    2015 Vibractions 1978-2012 [video]

    20
    15

    Vibractions
    1978-2012

    Attraverso materiali recenti e d’archivio il video ripercorre due diverse versioni di Vibractions, installazione-performance del 1978 riproposta in una nuova versione nel 2012 a Casa Anatta, presso Monte Verità, in occasione di una personale dell’artista nel Museo d’Arte Moderna di Ascona.

    Vibractions, installazione-performance presentata per la prima volta a Milano nel febbraio del ‘78, vedeva indissolubilmente congiunti elementi visivi e materiali sonori, in un percorso analitico che partiva da una riflessione sulle categorie di spazio e di tempo. Paradossale assunto di fondo era quello di ‘misurare’ lo spazio architettonico attraverso il suono o, meglio, di trovare un suo equivalente sul piano sonoro. Work in progress, site specific, Vibractions è stata nel tempo riproposta in luoghi diversi, con esiti ogni volta differenti in relazione alle specifiche caratteristiche dello spazio. Il video copre un arco temporale che va dal 1978 al 2012 attraverso materiali d’archivio e di recente produzione che restituiscono il clima del tempo, il suo trascorrere, ma anche la vitalità dell’assunto di fondo di un’opera capace ogni volta si rigenerarsi in relazione al luogo che la ospita.

  • 2015 Memoriale Volubile [video]

    2015 Memoriale Volubile [video]

    20
    15

    Memoriale
    Volubile

    [Video]

    Memoriale Volubile, I Capitolo di Restless Matter, prende avvio da un’installazione realizzata da Ferruccio Ascari, in una sua prima versione, nel 2009 a Darmstadt in occasione di una sua personale nel Museo Schloss Lichtenberg. L’opera, secondo una processualità che caratterizza il lavoro dell’artista, è stata successivamente declinata in una serie di varianti in relazione al diverso luogo in cui è stata ospitata.

    Gli elementi che la costituiscono, come accade in questo video, subiscono una continua trasmutazione: sono oggetti/sculture leggere e inquietanti in cui entrano in relazione senza conciliarsi trasparenza e opacità, bellezza e rovina; forme che mantengono un legame con il mondo organico, ma sembrano anche appartenere ad un regno alieno. Il titolo – Memoriale Volubile – getta una luce sulla genesi dell’opera: l’orrore per la serie di disastri ambientali che hanno costellato la nostra epoca e insieme la volontà di mantenerne viva la memoria contrastando la dimenticanza, l’assuefazione al disastro. Si tratta, come afferma l’artista a proposito del titolo “dell’accostamento di due parole di senso opposto: ‘memoriale’ che attiene al ricordare o al far ricordare e ‘volubile’ che, al contrario, riguarda il volgersi altrove, lo scordare […] Una locuzione che oscilla tra un’impossibile coincidenza dei contrari ed il loro irrisolvibile conflitto”. La traccia sonora, elemento significativo di questo video in stop motion, è tratta da Vibractions, un’installazione sonora di Ferruccio Ascari del 1978.

    Intervista con Ferruccio Ascari, Febbraio 2009

    Memoriale Volubile: che significa?

    Eʼ una locuzione contraddittoria ricavata dall’accostamento di due parole di senso opposto: ‘memoriale’, che attiene al ricordare o al far ricordare, e ‘volubile’ che, al contrario, riguarda, il volgersi altrove, lo scordare. Una locuzione inventata unendo due parole di significato contrastante, che oscilla tra unʼimpossibile ‘coincidenza dei contrari’ ed il loro irrisolvibile conflitto.

    In questa mostra troviamo Memoriale Volubile impresso sulla copertina di alcuni libri bianchi collocati allʼinterno di teche e, inoltre, su scatole di cartone che sorreggono sculture di rete metallica: un titolo dunque che si ripete, differenziandosi soltanto per il numero seriale che lʼaccompagna. Puoi spiegare che tipo di serialità questo titolo indica?

    Titolo e immagine, nome e cosa sono, qui, inscindibili. La locuzione Memoriale Volubile spiega – nella sua irriducibile ambiguità – lʼimmagine, la cosa, tanto quanto queste ultime spiegano la locuzione. Questa relazione incrociata si dispiega nella ripetizione, nella serialità: la serialità cui “parola e cosa” rimandano è una serialità tragica che è sotto gli occhi di tutti. Eʼ la serie infinita di disastri ambientali di cui abbiamo perso il numero e di cui, comunque, non possiamo perdere la memoria. Eʼ proprio lʼoscillazione tra la memoria e la sua cancellazione la contraddizione che Memoriale Volubile, a suo modo, indica.
    Libri sotto teca, sigillati, che non si possono sfogliare…
    … libri dellʼorrore, libri illeggibili, memoriali la cui copertina reca soltanto lʼimmagine di un luogo, il suo nome – Chernobyl per esempio – e la data di quel disastro. Niente altro. Basta comunque, ritengo, ad evocare un orrore che nessuna coscienza può tollerare.
    Sculture leggere e, insieme, inquietanti. Oggetti simmetrici, ma di una simmetria pencolante, sbilanciata, cose come sullʼorlo di un precipizio. Come in pericolo eppure pericolose. Cose in cui entrano in relazione, senza conciliarsi, trasparenza e opacità, bellezza e rovina. Puoi dire cosa ti ha mosso ad inventare delle simili forme?
    Eʼ stato dʼimprovviso, come se, dʼun tratto, avessi sentito il bisogno di partire, di fare un viaggio. Lasciare quello che stavo facendo. Andare via: un viaggio mentale, un viaggio tremendo. Ho cominciato a navigare in rete alla ricerca di quei luoghi della memoria, di quei luoghi dellʼorrore: Vajont, Seveso, Bhopal, Mururoa… viaggio interminabile, allucinante. E concretissimo. Niente di virtuale. Un giorno ho preso a scaricare dai siti che andavo visitando alcune immagini di quei luoghi. Un numero crescente di foto di quei disastri. Sempre di più. Un gesto compulsivo, come dettato dalla paura che il numero di quelle immagini dovesse essere infinito e dalla disperata volontà che avesse una fine…
    … si tratta delle immagini che compaiono sul frontespizio dei libri bianchi collocati nelle teche… e le sculture?
    Ho sentito come insopportabile lʼassuefazione al disastro, il pericolo che quei luoghi potessero essere dimenticati. Quei luoghi, il nome di ciascuno di quei luoghi, dovrebbe essere ripetuto ad alta voce, ogni giorno… Eppure la voce, la parola non basta. Perlomeno a me che gioco con la forma…
    …giochi?

    Sai di una cosa più seria del gioco?

    Dʼaccordo. Ma torniamo a quelle forme, alla loro inquietudine, alla loro genesi…
    … una forma, prima di rappresentare qualsiasi cosa, si presenta, si espone. Necessariamente. Questa sua necessità dʼesporsi mi affascina. Mi affascina perché presuppone un celarsi. Senza questo celarsi nessun dis-velamento, nessuna manifestazione sarebbe concepibile, non vi sarebbe alcun ‘venire alla luce’. Stessa dialettica, stesso gioco tra parola e silenzio. Ma sto divagando…Tu vuoi sapere qualcosa intorno alla loro nascita: ho pensato a delle forme disponibili a farsi monito (forse anche a diventare monumentali), che tentassero comunque di opporsi alla tendenza a dimenticare. Ho voluto accostarle a quei nomi, a quei luoghi, a quelle date appunto come un monito.

    La scelta di collocare queste sculture su delle scatole di cartone dà lʼidea che siano appena giunte da chissà dove o che stiano per partire: puoi parlarmi di questa installazione?

    ll rapporto tra una scultura e la sua base è raramente un rapporto facile. Per la verità è un rapporto difficilissimo. Di solito colloco direttamente per terra i miei lavori. In questo caso però le sculture, soprattutto quelle di piccole dimensioni che dichiaravano con più evidenza un loro carattere progettuale, non riuscivano a star per terra, pretendevano che le si guardasse da una diversa prospettiva. Quello di poggiarle su delle scatole che avevo in studio è stato il gesto più semplice, naturale ed ha funzionato. Permane un che di transitorio in questa collocazione. Cʼè, come tu giustamente osservavi, una volontà di muoversi, di traslocare, come unʼurgenza…
    Consentimi ancora una osservazione: queste forme di rete metallica, mi paiono in qualche modo collegabili ad un immaginario scientifico… una scienza in cui sembra essersi insinuata una disposizione maligna. Mʼinganno? Normalmente tu usi materiali naturali. Nella maggior parte del tuo lavoro è possibile scorgere una relazione con il mondo dell’organico… E se anche le forme qui esposte potrebbero, è vero, appartenere ad un qualche regno naturale, si tratterebbe, comunque, di un regno alieno, di una natura come scaturita da una mente in cui domina una sorta dʼinquietante ossessione scientifica…

    … non tʼinganni. Devo ammettere che una forma naturale mʼinterroga, solitamente, più di quanto non faccia un manufatto o un prodotto industriale. Una forma naturale è facile mi chieda: lo sai da dove vengo, lo sai perché ho la forma che ho, puoi prevedere la forma che, trasformandomi, assumerò, lo capisci cosa mi muove? Io so di non saperlo: èʼ proprio questo che mi spinge a lavorare. Nel mio lavoro, ad ogni modo, mi sento libero dʼusare qualsiasi cosa mi serva a dire quello che voglio dire, senza alcuna limitazione pregiudiziale. Qui, in Memoriale Volubile, la natura alla quale mi volgo è una natura ferita, offesa. Una natura in agonia. Unʼagonia che è impossibile separare da quella “inquietante ossessione scientifica” cui alludevi. Esposte a quella ossessione, queste forme ne sono contaminate. Dicevi “un regno alieno”: no, qui sei in errore. Se queste forme dicono di unʼalienazione, quell’alienazione, quella follia non è di un altro, ma di questo mondo. Sono forme di pazzia: forme pazze di dolore. Un dolore insopportabile. Che non è più possibile sopportare.

    Dunque, a ben vedere, in questo tuo ultimo lavoro, possiamo, in fondo, scorgere una posizione politica?

    Posso essere io adesso a porti una domanda? A ben vedere, cʼè qualcosa che gli uomini facciano o subiscano – coscientemente o incoscientemente – che venga fatta o subita al di fuori dalla politica?

    PER UNA CORRETTA FRUIZIONE  🔊  ATTIVA L’AUDIO  🔊

    Memoriale Volubile. 04’21”, 2015 (teaser 01’01”)

  • 2015 Mano Armonica [video]

    2015 Mano Armonica [video]

    20
    15

    Mano
    Armonica

    [Video]

    Partitura musicale scritta sulle dita delle mani, eseguita per la prima volta a Milano nel 1978 nell’ambito della installazione/performance Vibractions. L’opera è stata più volte ripresa dall’artista fino al 2012 in diversi luoghi e con diverse varianti.

    Il video prende le mosse da un’opera omonima del 1978 costituita da venticinque scatti fotografici della mano dell’artista. Le dita, piegate in diverse posture, sono supporto di una scrittura musicale eseguita per la prima volta nell’ambito di Vibractions, installazione sonora-performance del medesimo anno, successivamente riproposta con diverse varianti e in diversi spazi. L’ultima versione è del 2012. In questo video la traccia sonora e il movimento delle mani sono ancora un volta strettamente correlati: il movimento delle dita genera la partitura e la partitura diviene traccia sonora dell’animazione dei venticinque scatti fotografici.

    Mano Armonica, 03’09”, 2015 (teaser 0’50”)

  • 2015 Luogo Presunto [video]

    2015 Luogo Presunto [video]

    20
    15

    Luogo
    Presunto

    [Video]

    Il video prende spunto, come già negli altri casi, da un’installazione omonima: un insieme di architetture fragili, filiformi si dispongono senza un ordine apparente nello spazio e sembrano rispondere ad un puro impulso di espansione. Si tratta di palafitte, come le definisce l’autore, dalla stabilità incerta che hanno un rapporto precario con il suolo. Archetipi di edifici che da un momento all’altro potrebbero prendere il volo. La garza che ricopre alcuni di essi può suggerire l’idea della malattia, ma anche del riparo, della protezione necessaria nei confronti di qualcosa di fragile e precario.

    Elena Scardanelli intervista Ferruccio Ascari

    Questo video prende spunto, come già negli altri casi da un’istallazione omonima: un insieme di architetture fragili, filiformi che si dispongono senza un ordine apparente nello spazio e sembrano rispondere ad un puro impulso di espansione. Edifici elementari, di incerta stabilità che hanno un rapporto precario con il suolo. Archetipi di edifici che da un momento all’altro potrebbero prendere il volo. Cominciamo dal titolo: ‘Luogo Presunto’. Dunque un luogo immaginario, di cui non è certa l’esistenza, che ha la stessa consistenza di un miraggio, di un sogno. Mi sembra di avvertire in questa tua opera, a partire dal titolo stesso, un rimando a Borges alla sua poetica e in particolare ad una raccolta di poesie edita in Italia con il titolo Carme Presunto. E’ un intuizione fondata?

    Si, hai ragione…Proprio in questi giorni sto rileggendo alcune cose di Borges. Sono rimasto colpito da ciò che in un suo scritto afferma a proposito della poesia. Te lo posso leggere: “Ogni poesia è misteriosa; nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere. La triste mitologia del nostro tempo parla della subcoscienza ovvero, ciò che è anche meno piacevole, del subconscio; i greci invocavano la musa, gli ebrei lo Spirito Santo; il senso è lo stesso” Mi pare che questa affermazione di Borges possa essere estesa anche all’arte, o perlomeno a come io concepisco l’impulso che sta all’origine dell’atto artistico. Si tratta anche per me di qualcosa di misterioso, di una specie di chiamata che non si sa da dove viene cui ci si sente obbligati a rispondere, come se non si potesse fare altrimenti…

    La poetica di Borges prende avvio da visioni, ricordi, presagi che hanno il fascino di situazioni puramente immaginarie, di miraggi che sconcertano: in una prospettiva infinita, in una gamma di sensazioni e di immagini che sembrano appartenere più alla materia di cui sono fatti i sogni che alla realtà. E’ la stessa materia di cui sembra essere fatta anche questa tua opera, sia l’installazione che il video che ne hai tratto. Me ne puoi parlare?

    Ci sono immagini, provenienti da chissà quali lontananze, che mi s’installano in testa e vi restano, come in incubazione, magari per anni. Di solito le lascio stare, evito di ’toccarle’, tanto lo so che hanno bisogno di tempo. Arriva un certo giorno in cui le mani, prese da improvvisa urgenza, cominciano a muoversi come per volontà propria, con sicurezza inusuale… ecco allora che quelle immagini mentali, con una rapidità che sorprende me stesso, assumono forma. Una sorta di fissazione tutta mentale, che non ho scacciato, ma neanche particolarmente alimentato, d’improvviso prende corpo. Comincio a battere sull’incudine del filo di ferro che ho a tiro, ne faccio quattro verghe vagamente diritte, le saldo rusticamente assieme e le verghe prendono la forma che forse le aspettava: palafitta. Di fronte alla prima delle palafitte, che poi andranno a costituire Luogo Presunto, mi sono trovato così, come di fronte ad una presenza improvvisa e comunque ben nota. Una presenza esile, tentennante: la tocchi e vacilla. Continua a tremare, ci mette un bel pò a tornar ferma. Penso: questo lo voglio filmare. Anche quando è ferma continua comunque a dire tutta la sua instabilità.

    Perché la palafitta?

    Forse proprio per via di questa sua presunta instabilità, per via della sua apparente precarietà questa preistorica architettura mi ha affascinato fin da bambino. Casa tra terra e cielo. Rifugio sospeso, ad evitare il contatto, a proteggere forse più della costruzione solida, fondata, ben piantata in terra.

    I materiali di Luogo Presunto sono il ferro e la garza di cotone: quale relazione stabiliscono tra loro materiali con nature così distanti?

    La garza è ferita, scottatura da curare, proteggere. La garza è malattia, protezione, ospedale… ma è anche trasparenza, levità, carezza.

    Mi hai raccontato che da bambino sei caduto in un grande recipiente colmo di acqua bollente e che le gravissime scottature riportate su tutto il corpo ti hanno fatto stare tra la vita e la morte per diversi giorni… non è difficile supporre che fosse proprio la garza a proteggere il lettino della tua degenza e il tuo corpo di bambino moribondo.

    Non so quanto quell’episodio possa esser messo in relazione con i materiali che ho usato in Luogo Presunto… non posso escludere che tale relazione possa esservi. Ad ogni modo quando ho cominciato a lavorarci, quelle esili architetture si presentavano come scheletri traballanti, fatte di fil di ferro e di aria… la garza è arrivata dopo, per intuizione, come scesa dal cielo a dar corpo a quegli scheletri, senza aggiungervi un peso, un’opacità che non avrebbero sopportato.

    Non è quindi un caso che nel video la garza piova proprio dal cielo sulle quelle strutture…

    Temo che ciò che chiamiamo ‘caso’ altro non sia se non ciò che non comprendiamo o di cui abbaiamo scordato l’origine.

    Luogo Presunto. 01’43”, 2015 (teaser 0’29”)

  • 2014 restlessmatter.net

    2014 restlessmatter.net

    20
    14

    Restlessmatter.net

    restlessmatter.net è un progetto speciale appositamente concepito da Ferruccio Ascari per il web. Una serie di installazioni e sculture appartenenti a periodi diversi della sua produzione artistica divengono, in questo progetto, punto di partenza per un ciclo di video d’artista che verranno progressivamente pubblicati su questo sito. Secondo una modalità tipica di tutto il suo lavoro egli procede per variazioni: attraversando linguaggi sempre diversi ogni nuova opera è quindi lo sviluppo di questioni già presenti in quelle precedenti.

  • 2006 Metameria

    2006 Metameria

    20
    06

    Metameria

    Sia Metameria, scultura in ferro costituita da ventitre elementi, che Come fosse in ascolto, composta da ventuno elementi in terracotta bianca, si dispongono su di un piano lungo un asse longitudinale, in ordine decrescente e simmetrico rispetto all’elemento centrale da cui si dipartono o, come afferma l’artista con una espressione mutuata dal linguaggio musicale, “secondo un ritmo di crescendo e diminuendo”.

    Metameria. Ferro, 24 elementi, dimensioni variabili, 2006 [S00006]
    Fotografie di Giovanni Ricci

     

     

  • 2004 Arte nell’orto

    2004 Arte nell’orto

    20
    04

    Arte
    Nell’Orto

     

     

    Arte nell’orto è una scultura in ferro di grandi dimensioni che è stata esposta per qualche tempo nell’orto botanico di Brera. La relazione dialettica tra ordine-disordine, espansione-riflusso, densità – rarefazione, così come la vitalità generativa della forma, sono elementi che si ritrovano nelle molte sculture in ferro o in terracotta realizzate dall’artista a partire dal 2004. L’elemento generativo si intreccia con la ricerca di una forma che lo contenga, gli dia un ordine. Come afferma l’artista ‘sono forme che vengono colte nel loro formarsi’

     

    ferro, cm. 400 x 300 c.ca

  • 2012 Corpi Celesti IV

    2012 Corpi Celesti IV

    20
    12

    Corpi
    Celesti IV

    È interessante osservare come alcune questioni presenti nel lavoro di Ascari riaffiorino a distanza di anni, quasi a riprendere il filo di un discorso che non si interrompe, ma come una vena sotterranea riemerge assumendo forme ogni volta diverse. É ciò che accade nel ciclo Corpi celesti, che comprende una serie di opere su carta del 2006 e un’Installazione del 2012. Il ciclo Corpi celesti nasce da una questione – la forza che tiene assieme le cose o le respinge – che è il nucleo concettuale di molti altri lavori dell’artista.

    Una questione che rimane aperta, assume ogni volta configurazioni diverse, ogni volta può essere reinterpretata in relazione al linguaggio e ai diversi materiali adottati. Nell’installazione del 2012, il materiale impiegato è il filo a piombo, quello che i muratori usano per costruire un muro perfettamente perpendicolare rispetto alla superficie del pavimento: la punta dei pesi indica il centro della Terra e il filo che li tiene sospesi è l’evidenziazione dell’Axis Mundi. Sul pavimento ce ne sono alcuni in posizione rovesciata che puntano verso l’alto, in direzione opposta rispetto al centro della Terra. Il lavoro vuole rendere visibile l’energia, le forze gravitazionali attrattive-repulsive che tengono insieme il mondo, facendo sì che i pianeti e i corpi celesti non collidano tra loro.

    Corpi Celesti. Ottone, filo a piombo, 35 elementi, dimensioni variabili, 2012 [S0030]

  • 2012 Corpi Celesti III

    2012 Corpi Celesti III

    20
    12

    Corpi
    Celesti III

    È interessante osservare come alcune questioni presenti nel lavoro di Ascari riaffiorino a distanza di anni, quasi a riprendere il filo di un discorso che non si interrompe, ma come una vena sotterranea riemerge assumendo forme ogni volta diverse. É ciò che accade nel ciclo Corpi celesti, che comprende una serie di opere su carta del 2006 e un’Installazione del 2012. Il ciclo Corpi celesti nasce da una questione – la forza che tiene assieme le cose o le respinge – che è il nucleo concettuale di molti altri lavori dell’artista.

    Una questione che rimane aperta, assume ogni volta configurazioni diverse, ogni volta può essere reinterpretata in relazione al linguaggio e ai diversi materiali adottati. Nelle opere su carta, realizzate a nerofumo o curcuma, una forza centrifuga invisibile sottrae peso ai corpi che vagano nello spazio vuoto del foglio. Ancora una volta, il vuoto è uno spazio latente reso “attivo” da ciò che lo attraversa, è fattore generativo sia sul piano temporale che spaziale.

    Corpi Celesti. Nerofumo su tela preparata, 75×106 cm, 2006-2012 [TL0006]

    Corpi Celesti. Nerofumo su tela preparata, 75×106 cm, 2006-2012 [TL0001]

    Corpi Celesti. Nerofumo su tela preparata, 75×106 cm, 2006-2012 [TL0004]

    Corpi Celesti. Nerofumo su tela preparata, 75×106 cm, 2006-2012 [TL0002]

    Corpi Celesti. Nerofumo su tela preparata, 75×106 cm, 2006-2012 [TL0005]

    Corpi Celesti. Nerofumo su tela preparata, 75×106 cm, 2006-2012 [TL0003]

    Corpi Celesti. Nerofumo su tela preparata, 25×37 cm, 2006-2012 [TL0028]

    Corpi Celesti. Nerofumo su tela preparata, 38x52cm, 2006-2012 [TL0031]

    Corpi Celesti. Nerofumo su tela preparata, 37×50 cm, 2006-2012 [TL0050]

    [vc_images_carousel images=”3385,3386,3387,3388,3389,3390,3391,3392,3393,3394,3395,3396,3397,3398,3399,3400,3401,3402,3403″ img_size=”full” onclick=”link_no” hide_pagination_control=”yes”][vc_images_carousel images=”3406,3407,3408,3409,3410,3411,3412,3413″ img_size=”full” onclick=”link_no” hide_pagination_control=”yes”][vc_images_carousel images=”3374,3376,3377,3378″ img_size=”full”]